Un bisogno cocente e al tempo stesso prudente. Da quando nasciamo a quando cresciamo abbiamo un bisogno costante di essere risarciti.
Da chi e per cosa non ci è molto chiaro.
Lo facciamo con pudore per paura di chiedere, e con urlante audacia quando stiamo troppo male.
Il bisogno di risarcimento ci cammina a fianco, sin da subito. Si insinua sotto pelle e muove le fila di ogni nostra azione.
Da bambini abbiamo bisogno di essere nutriti, curati e accuditi. L’abbraccio materno diventa il luogo da abitare, nel quale trovare conforto e affetto. Il risarcimento per le ginocchia sbucciate, per il brutto voto in matematica, per gli incubi notturni, per i primi abbandoni.
Cresciamo e annaspiamo tra la voglia di indipendenza e il bisogno di regressione. Tra autonomia e paura. Tra danni, strappi e riparazioni.
Così, cerchiamo un risarcimento nello sguardo di approvazione e contenimento di chi amiamo, lo stesso sguardo che si fa parola e che diventa dispensatore di motivazione e forza; la cui assenza si fa punizione e diventa a sua volta bisogno di un ulteriore risarcimento.
Andiamo ancora avanti nel cammino della nostra vita, e tra inciampi e traguardi, siamo spesso stanchi e affaticati.
Stanchi di essere stanchi cerchiamo un risarcimento nelle più svariate supplenze affettive, nel cibo che consola, in sport estremo che stordisce, nel cicaleccio petulante delle notifiche che distrae.
C’è chi crede di essere risarcito o falsamente nutrito da giri acrobatici su giostre sessuali, chi è avvezzo a sbronze etiliche o erotiche, e chi si innamora dell’amore ma non ama.
Abbiamo sempre la sensazione di avere subito un danno ingiusto, così cerchiamo il rimborso per le nostre fatiche, per l’amore profuso, per gli impegni costanti, per le pietanze preparate e per tutto quello che facciamo ogni giorno della nostra vita.
Al di là dei possibili errori del passato, dei danni subiti, reali o presunti, dei genitori morti in vita e degli amori naufragati, l’unico reale risarcimento è il nostro sguardo clemente sulle nostre fragilità e mancanze. Perché nessun dolore può essere rimosso o addomesticato, e nessun vuoto può essere riempito con quello che passa.
Forse, lasciarsi ancora sorprendere da un’emozione equivale all’essere risarciti.

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