Giovanni aveva già anni 26 ed era ancora vergine. Un uomo vergine adulto, drammaticamente vergine e drammaticamente adulto.
Le sue terre dell’infanzia erano state tortuose, a rischio perenne di frana. Delle vere sabbie mobili per la sua crescita: una diga per la dimensione adulta e sessuata.
Giovanni proviene da una famiglia estremamente cattolica, non ha mai ricevuto nessun rudimento di educazione emozionale e sessuale, né in casa né a scuola. È cresciuto a pane e sensi di colpa, e l’unico messaggio che ha ricevuto è stato quello di fare attenzione ai possibile rischi.
Rischio di contagio di malattie sessualmente trasmissibili, rischio di gravidanze non desiderate o addirittura estorte, rischio di dolore da primo rapporto sessuale. Insomma: rischi di castrazione e disgregazione psichica da intimità.
Concetti monchi, estrapolati da spezzoni di frasi ascoltate e rubate qua e là, mai incorniciate da un dialogo profondo e amorevole.
Giovanni cresce evitando ogni forma di intimità, si preclude l’emozione di un bacio, di una carezza, di un incontro.
Fa lo slalom tra le possibile fidanzate e difende la sua verginità ad oltranza: contro tutti e contro tutti. Anche e soprattutto da sé stesso, diventando un adulto infelice e solo. Molto adulto e molto solo.
La freccia di Cupido non risparmia nemmeno lui, e alla soglia dei suoi ventisei anni si innamora.
Con prudenza e dolcezza, inizia a frequentare Federica.
Una ragazzina alle prime esperienze sessuali – vergine e cattolica, esattamente come lui -, molto rassicurante e protettiva. Si innamorano, si fidanzano, si astengono dal rapporto sessuale, così come impone il loro credo religioso, le loro paure e le loro famiglia d’origine, e convolano a giuste nozze. In attesa di consumare quell’infinità tanto agognata ma altrettanto temuta.
Le lotte intestine tra desiderio e paura iniziano a diventare un duello estenuante e paralizzante, ma i due giovani sperano che la fede al dito possa sanare ogni forma di censura e paura.
In Sicilia, più precisamente nell’entroterra, perdura l’esistenza di una sorta di rituale dimostrativo e scaramantico: la prova del lenzuolo.
Dopo la prima notte di nozze, la coppia di sposini a testimonianza della loro pregressa verginità, devono stendere sul balcone della loro camera da letto il lenzuolo che li ha contenuti durante la prima notte d’amore. Il lenzuolo dovrà contenere delle macchia di sangue per attestare la verginità della sposa e la potenza fallica dello sposo.
Giovanni e Federica falliscono, non consumano il primo rapporto sessuale e non stendono nessun lenzuolo macchiato di sangue.
La mancata prova del lenzuolo, e il mancato primo rapporto sessuale della neo coppia, fa sprofondare i ragazzi nella più cupa disperazione che rinforza l’ansia da primo rapporto sessuale, unitamente alle altre loro pregresse paure.
Come spesso accade, Giovanni aveva scelto, inconsciamente e in maniera collusiva, una donna con una silente quanto invalidante disfunzione sessuale: il vaginismo.
La disfunzione di lui proteggeva quella di lei, e viceversa.
Giovanni era un partner impenetrante e Federica impenetrabile, fedeli alla loro verginità e alle loro paure.
Il lavoro con la coppia è iniziato e si intravedono già i primo sorrisi e i primi sguardi pieni.
Venire fuori dal silenzio e dalla vergogna diventa obbligatorio per poter finalmente dare spazio al desiderio e al piacere di desiderare.
Guarire, anche dai retaggi culturali, è possibile.

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