Odiarsi un po’ e il cambiamento

Insulti, bullismo, revenge porn, manipolazioni e aggressioni. Stupri e falsi verdetti, attenuanti della pena, raptus omicida inesistente. Invidia che corrode e gelosia che fa assoldare killer nel dark web per eliminare fidanzate scomode.
Gli odiatori della rete, una nuova emergente professione. Fatica zero, risultati ottimi e diffamatori. Poi abbiamo i ladri: coloro che copiano e incollano i contenuti intellettuali altrui, e con fare disinvolto e vorace, si appropriano della tua fatica e professionalità spacciandola per un parto della loro mente o cuore.
Ma l’odio serpeggia anche in altri luoghi, si manifesta sotto mentite spoglie, e purtroppo, come spesso accade, genera odio.
Ci sono dei legami – amicali, amorosi, lavorativi – che per motivi misteriosi o conosciuti ai legittimi protagonisti, si deteriorano portando con sé detriti chiamati astio, rancore, incomprensione, malessere, insofferenza.
Cosa sarebbe più utile fare in questi casi, prima che una deriva inarrestabile si abbatta sui legami? Fermarsi. Separarsi. Fare un’analisi dei costi e dei benefici e decidere, utilizzando poco cuore e tanta testa, talvolta per proteggere proprio il cuore.
Quando una persona a cui vuoi bene ti delude, ti sfrutta o peggio ancora ti ignora, a volte si può salvare il passato (amoroso o lavorativo), si possono salvare i ricordi e le condivisioni, senza aggiungere giorni e giorni vuoti ai precedenti, o pieni di incomprensione e persuasione (vana), innaffiati di tanto malumore.
Se un rapporto d’amore diventa lacunoso e deludente, e se il perpetuarsi del malessere non è curabile, bisogna accompagnarlo alla morte e dargli una degna sepoltura.
Lo stesso dicasi per i legami lavorativi. Se non sei un dipendente, per scelta, e sposi la libera professione con il suo carico di emozione e fatica, devi scegliere con cura le persone di cui circondarti.
Quando iniziai lo studio a Roma, avevo scelto una clinica prestigiosa e bellissima, le cui segretarie erano un disastro. Inaffidabili, demotivate, pasticcione. Immagino poco valorizzate da chi gestiva la clinica e poco felici nel loro ruolo. Ci impiegai un anno per capire che l’incapacità altrui mi si rivoltava contro, e la pasticciona e approssimativa sembravo io.
Così scelsi uno studio in proprio. È tutto andò meglio, molto meglio.
Faticavo di più, come sempre, ma mi sentivo molto più a mio agio con i pazienti e la mia coscienza.
Cambiare nella vita è tra le cose più complesse che ci siano, anche quando “odiarsi un po’” serpeggia tra le pieghe delle relazioni.
Ci adagiamo, abbracciando anche i nostri sintomi o disagi, perché abbiamo paura, siamo stanchi, fermarsi a riflettere o cambiare ci sembra una fatica immane.
E poi c’è la tanto cara coazione a ripetere, quel meccanismo assurdo e potentissimo che ci fa fare sempre le stesse scelte, anche se nocive.
Talvolta, nella vita, il cambiamento diventa l’unica strada per sopravvivere all’usura della vita e dei legami; che essendo usurati usurano.

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1 Commento. Nuovo commento

  • Bravissima Dottoressa, la coazione a ripetere, ci sentiamo morti senza di quella come se fossero diabolicamente nocive la Chiarezza, la Trasparenza e la Normalità

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