Quattrocento grammi. Poco più di una baguette, ma di vita.
Quando ho deciso di raccontare anche io questa storia, non sapevo se identificarmi nella bambina, aggrappata con tutte le sue energie alla vita, con la forza e la tenacia di chi non vuole mollare; nella madre col suo strazio profondo; o cercare di fare il clinico presumibilmente asettico, acrobata tra scienza e coscienza.
Ho scelto di far parlare il mio essere mamma, tra emozioni e ansie.
La madre di questa piccola bambina è una donna di 48 anni, di cui sappiamo poco, ma l’età della gravidanza ci fornisce un elemento determinante: la tenacia e il desiderio profondo di maternità.
Una donna il cui desiderio di maternità è direttamente proporzionale alla sua paura che questa nascita prematura ha trasformato in realtà.
Una donna che, come accade a tutte le mamme dei bambini prematuri, si sarà sentita profondamente in colpa per non essere riuscita a tenere a bordo del suo ventre la sua piccola sino a nove mesi di età.
Una donna che avrà dovuto vegliarla a debita (troppa) distanza mentre la sua piccola combattente lottava aggrappata alla vita, piena di tubi e e di arnesi che non erano né le sue mani né il suo seno.
Una donna che si è sentita precocemente svuotata di vita e di contenuti.
Vita che veniva trasferita in un altrove algido, tecnologico, altro da lei.
Ma la sua piccola guerriera ha dato prova di grande forza e ha continuato da sola, coadiuvata dai medici, la sua crescita che è diventata miracolo di vita.
Ha continuato a crescere esattamente come avrebbe fatto nel ventre della sua mamma.
Ha aspettato che il tempo passasse, non ha avuto paura dell’abbandono, del freddo e del buio, si è nutrita e ha pure respirato.
Immagino che tra questa mamma e questa figlia ci sia un legame davvero speciale.
Un legame di inconsci e un travaso di energia e forza psichica da una vita a un’altra.
Hanno lottato insieme: una da una parte del vetro e l’altra dall’alta, parlandosi con il linguaggio muto dell’amore e regalandosi a vicenda massicce dosi di coraggio.
Ieri, dopo ben 6 mesi in ospedale, la piccola Manushi è ritornata a casa.

Per approfondire leggi questo articolo scritto in occasione della giornata mondiale della prematurità.