La mia isola mi ha fatto tanti regali, e me li fa ancora, giorno dopo giorno della nostra vita insieme.
Il profumo di zagara che inizia a propagarsi nell’aria in primavera e non termina quasi mai, che si insinua nelle narici e nel cuore e mi tiene compagnia. È un profumo che abbraccia e non disturba. Che inebria ma non stordisce. Che sa di buono e di rinascita. Semplicemente di isola, di Sicilia.
La mia Sicilia è immersa nel mare. Acque che ci proteggono e ci isolano, che accarezzano le spiagge e anche le strade d’inverno quando il mare si arrabbia. Acque che brillano sotto il sole di maggio, che diventano argentee, che ospitano gabbiani e delfini. Acque che cambiano colore in funzione dei fondali e delle correnti, e del nostro umore e sguardo.
La mia isola mi ha regalato la profondità del mare nel quale mi smarrisco per ritrovarmi. Lo guardo, respiro, sospiro, mi immergo.
Scrivo, penso, mi emoziono, trasloco altrove.
Poi c’è l’Etna, il mio vulcano.
Per noi siciliani l’Etna è uno stato d’animo. È la grande madre che accoglie, protegge e punisce. Che incanta con le sue colate laviche e i suoi colori cangianti.
La guardiamo incantati per capire in maniera amatoriale il tempo che verrà.
L’Etna, tra vapori, zampilli di lava e crateri abissali ha le bocche della creatività e della distruttività, Eros e Thanatos: la pulsione di vita e di morte. Esattamente come noi comuni mortali.
La guardo e mi smarrisco. Vengo sopraffatta dall’emozione. Lei, l’Etna, o lui, il vulcano, grammaticalmente maschile ma archetipicamente femminile, è instabile e imprevedibile.
Per tante ore e tanti giorni sembra serrata dentro i suoi sentimenti e crateri, a rischio di esplosione. Poi, un bel giorno, senza preavviso borbotta come una pentola di fagioli, esplode e inonda tutto con i suoi lapilli e la sua lava rovente, sino ad acquietarsi nuovamente.
Quando il peggio sembra essere passato, in realtà sta sempre per ricominciare. Lei è così, intensa e imprevedibile. Austera e altera.
E poi abbiamo AciTrezza, con i suoi pescatori e Faraglioni.
I Faraglioni per noi siciliani sono un luogo del cuore. Sono ben piantati, l’uno di fronte all’altro. Hanno il fascino di due rette parallele: si guardano, ma non si toccano. Incarnano quel tipo di intimità che mi ha sempre affascinata: la giusta distanza dal mondo dell’altro.
Sono talmente incantata dalla giusta distanza che la vedo in ogni dove, anche in mare dove tutto sembra confuso. Questi due enormi scogli hanno il sapore dell’infanzia e l’odore delle alghe essiccate al sole cocente d’agosto.
Certi posti sono l’essenziale.
Sono generatori di emozioni, le propagano per l’aria, nei luoghi e nei cibi; poi le lasciamo andare e le mettono a disposizione di chi sa sentirle. La mia terra fa proprio così. È un bagno di emozioni e vitamine per il cuore, a lento rilascio. Ti fa sentire a casa per sempre. Così, ogni tanto, mi viene voglia di abbassare il rumore del mondo per ascoltare solo lei, la mia terra.
La Sicilia è il mio luogo del cuore. È l’isola che non c’è che invece c’è.

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