Sarà capitato a tutti noi di parlare in chat.
WhatsApp, talvolta, diventa una sorta di casa virtuale.
Un luogo di incontro, contenitore di solitudini mascherate e di anime sole, ma anche di flirt amorosi e trasgressivi.
Un luogo dell’altrove, diurno e notturno, sempre presente e sempre disponibile.
Nella migliore delle ipotesi, un luogo Caronte che traghetta dal virtuale al reale, nella peggiore, rimane un contenitore sterile di surrogati di affettività e di l’intimità.
Whatsapp diventa anche un luogo abitato da gruppi di persone sole.
Gruppi caotici, ludici, oppure amicali. Sembra quasi il vecchio bar dell’angolo, un luogo di assoluto ritrovo.
La comunicazione su WhatsApp viene arricchita o depotenziata dalle emoticon: riproduzioni stilizzate di alcune delle principali espressioni facciali associate alle emozioni.
Visto che siamo un po’ più evoluti delle scimmie, nostri degni predecessori, abbiamo anche il pollice opponibile, forse, andrebbe utilizzato egregiamente.
Un pollice per amico può avere più funzioni: inserire le più variegate emoticon e differenziarci dalle scimmie per funzionamento cognitivo.
Cosi, i faccini senza le parole equivalgono, più o meno, al linguaggio dei gesti o ai geroglifici di un tempo.
Ci sono faccine che potenziano e rinforzano le emozioni rese parole, altre che si sostituiscono alle parole non dette, altre ancora che prendono il posto delle parole mai pensate.
Una tristezza infinita.
Scrivere, oggi, è veramente complicato. Le parole che io amo molto sembrano essere in disuso e trovare un interlocutore con il quale parlare un linguaggio che possa arricchire chi legge e chi scrive, sembra davvero chimerico.
Così, talvolta, ti ritrovi nel bel mezzo di una comunicazione empatica con un faccino piantato lì al posto delle parole e non riesci a continuare a parlare.
Succede anche di peggio: un’immagine, o un video, senza parole e senza faccini.
Così vieni rapita da un dilemma morale e dalla pericolosissima libera interpretazione, e non sai se attribuire all’immagine o al faccino quello che ti farebbe piacere credere che l’altro stesse pensando, o fermarti alla sterilità dell’immagine.
Ai posteri l’ardua sentenza.

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