Sarà capitato a tutti noi di bloccare qualcuno su WhatsApp.
Per amore, per rabbia, per proteggerci dall’insistenza o dall’invadenza o da noi stessi. Per regalare qualche quota d’ansia o di angoscia abbandonica a chi ci ha fatto del male. Per pura strategia.
Così, dopo avere superato più o meno indenni un percorso ad ostacoli fatto di foto del profilo, stati e pensieri confusi e alla rinfusa, ti decidi.
Ed ecco che il blocco diventa l’unica soluzione possibile salva vita, e salva sonno.
Equilibrio e passione, si sa, sono sorelle colleriche e la testa spesso smette di dialogare con il cuore.
Bloccare qualcuno significa evitare di guardarlo e di essere guardati.
Dopo il famigerato blocco, non si vedrà più la foto, l’ultimo accesso, i movimenti diurni o notturni, leciti o fedifraghi, del contatto inquisito.
Spiare qualcuno tramite WhatsApp sembra essere una conquista della modernità che mal si sposa con la salute delle mucose gastriche.
(Whatsapp e le sue alchimie è davvero molto frequente nei racconti dei miei pazienti che si sono trasformati in hacker per amore, e vagano a piede libero).
Si spiano le abitudini, gli stati, gli accessi. Sempre altrui.
Insomma, tenere aperta la porta della chat, equivale a tenere aperta la porta del cuore, ed equivale a sbirciare il mondo interno altrui e la sua vita privata, che privata non è più.
Tramite gli accessi, frequenti o diradati, strategici o compulsivi, infedeli o serenamente coniugali, riusciamo a comprendere molte cose dell’altro.
O per lo meno così si crede.
Cambia la foto.
Perché mai lo fa?
La cambia per me?
Per altro da me?
Per farci un dispetto?
Toglie l’ultimo accesso.
Perché lo toglie?
Per insospettirci, per inquietarci, per fare i fatti suoi serenamente senza che nessuno possa disturbarlo.
Veniamo rapiti dall’ansia da mancato controllo; così tra notifiche che ammanettano, lucine che lampeggiano, chat e social, la nostra vita si è trasformata in un inferno.
Il paradosso dell’inferno moderno è che è di nostro gradimento.
Insomma, WhatsApp sembra essere diventato un luogo dell’anima che ci ha cambiato la vita.
In peggio, naturalmente!