Tratto dal libro “Ex, forse ex. Gli amori affamati” di Valeria Randone

Mi chiamo Adele e ho quarant’anni. Un giro di boa dell’esistenza, un’età veramente complicata, in cui ti trovi a metà della navigazione, e se ti fermi un attimo a guardare indietro vedi da una parte la riva da cui sei partita, dall’altra l’orizzonte verso il quale ti stai dirigendo.
Orizzonte, spesso, alquanto sfocato e nebuloso.
Lo specchio, in compenso, ti rimanda un’immagine chiara e ben definita.
Ti dice che stai sfiorendo. Per di più senza mezzi termini e senza giri di parole.
E, visto che è spietato e sincero, ti dice anche che più soffri e più invecchi. Più piangi, più le tue borse sotto gli occhi si riempiono di sofferenza. Più si riempiono di sofferenza, più nessuna magia e alchimia da copri occhiaie griffato potrà riparare questo scempio. Ma questo lo sai già, anche se lo ignori. Sono quel tipo di donna che più comunemente viene definita “in carriera”.
Faccio l’avvocato e, paradossalmente, mi occupo delle separazioni altrui, probabilmente per dimenticare la catastrofe dei miei legami d’amore.
In ordine cronologico: dell’amore numero uno, Alfredo, e dell’amore numero due, Lorenzo.
Tra l’amore numero uno e l’amore numero due c’è stato qualche calesse travestito da principe azzurro, ma prontamente smascherato, nonostante la mia disabilità del cuore.
Alfredo e Lorenzo sono stati – forse Lorenzo lo è ancora – due amori frantumati, giunti a termine entrambi per motivi del tutto diversi tra di loro.
Tornando a me e al  lavoro, credo di essere troppo empatica per fare l’avvocato.
Le clienti, soprattutto le donne, mi vorrebbero più cattiva, più guerriera, più di parte.
Vorrebbero che le difendessi con le unghie e con i denti, che spiassi i mariti infedeli – come si fa oggi grazie alle nuove tecnologie, cosa tanto deplorevole ma assolutamente indispensabile quando si viene traditi, e io ne so qualcosa – intrufolandomi nel loro privato, tra le pieghe delle loro lenzuola e delle chat trasgressive. Sperano che io non abbia scrupoli e che estorca ai loro ex amori più denaro possibile, fino a lasciarli esangui, per sanare la loro sofferenza e il loro mal d’amore.
Ma, quando si parla di amore, la verità è sempre a metà strada, e io non riesco a essere crudele.
Ho sofferto troppo per esserlo. Sento le sciagure altrui come se fossero le mie. Tutte.
La sera, infatti, le porto a casa con me, le invito a cena e, spesso, siedono con me sullo stesso divano quando, distrattamente e falsamente, guardo in tv la mia serie preferita pensando ad altro.
Forse avrei dovuto fare la psicologa più che il legale.
Ricordo perfettamente la signora Laura, una donna-moglie-mamma; anzi, più mamma e moglie che donna.
Laura aveva investito tutto, soprattutto sé stessa, in quei ruoli magistralmente ereditati, introiettati e interpretati senza nessuna sbavatura comportamentale. Era una donna che proveniva da una famiglia modesta, era stata cresciuta da una madre – che a sua volta era stata soltanto figlia, moglie e mamma – che l’aveva istruita alla perfezione al ruolo della geisha.
Laura aveva sposato Giuliano e avevano messo su famiglia con tanto di mutuo, casa al mare e ben tre figli, per di più maschi, come tradizione vuole. Il cognome del marito, uomo ricco e potente, ringraziava i geni XY per avergli regalato un’altra generazione.
Nel mezzo del cammino della sua vita matrimoniale, una mareggiata chiamata Fabrizia, anni ventinove e tanta voglia di avere un marito altrui, si era abbattuta sulle sue coste, e Giuliano era salpato lasciando a terra moglie e figli.
Laura si era rivolta a me chiedendomi l’impossibile.
Desiderava distruggere il marito e la nuova compagna, in maniera lecita o illecita.
Durante il mio percorso da avvocato, di donne trafitte dall’infedeltà ne ho conosciute davvero tante, ma ho capito che nessun bonifico e nessun risarcimento economico potranno mai trasformarsi in un vero risarcimento affettivo, o in una più veloce elaborazione del lutto. Soltanto il tempo, con le sue magie e il suo balsamo, potrà realmente placare il dolore.
Tornando alla mia dipendente affettiva e frana relazionale, provengo da un cammino impervio: un’infanzia faticosa, una vedovanza e un tradimento. Tragedie della mia esistenza che mi hanno lasciata devastata, sola e senza figli.
Mi è rimasto il cane, il mio dolcissimo cane, Tachipirina, detto Tachi da pochi intimi.
Lui sa quando e da chi accettare il nomignolo, e quando far finta di essere colto da sordità fulminante e non muovere nemmeno un orecchio. In questi casi, e dagli sconosciuti, pretende il nome per intero: Tachipirina.
Quando rientro a casa la sera, dopo una giornata di fatiche, lui è li.
Esiste soltanto per me. Mi guarda come se mi vedesse per la prima volta nella sua vita. Mi scruta l’anima. Sa.
Sa se sono triste o felice, preoccupata o depressa.
Lui sa tutto di me, molto più d’un marito, di un amante, di un fratello amorevole.
Le sue emozioni anticipano il mio arrivo: Tachi sente e riconosce la mia auto, anche tra mille; anche quando devo portarla dal meccanico perché fa un rumorino nuovo e non ne ho nessuna voglia.
Il suo cuore accelera: a breve mi vedrà.
Tachi mi viene incontro stracolmo d’amore, inondandomi di emozioni allo stato puro.
La sua coda, ormai un po’ spelacchiata, scodinzola a più non posso, sfidando i muri, i soprammobili, tutto quello che può contribuire a rallentare la sua gioia per me. Non mi saluta perché deve. Non mi bacia per convenzione. Tachi mi ha aspettata per l’intera giornata, la sua ricompensa sono soltanto io, molto di più dei suoi croccantini serali, e questo mi inorgoglisce molto. Dai mie pasticci esistenziali non ho mai imparato nulla, come se gli sbagli mi scivolassero addosso: dopo qualche tempo – solitamente troppo poco – sono pronta a rifarli. Identici.
Sono ammalata di coazione a ripetere, un virus terrificante.
Conosco la diagnosi, ma sembra che non abbiano inventato l’antidoto.
Una vera sciagura dell’esistenza. Soffro di dipendenza d’amore, di fame d’amore, di quel buco nel cuore che ti attanaglia, ti stritola e ti obbliga a essere sua suddita.
A voler utilizzare un termine moderno, potrei chiamarla addiction, ma cambia poco.

Milano, primo dicembre

Era il primo dicembre, Lorenzo e io avevamo un appuntamento al Duomo di Milano. Faceva freddo, un freddo cane, e a me faceva male un orecchio.
Avevo una bara sul cuore, anzi il cuore a forma di bara: era venuta a mancare mia madre, la stessa donna che non mi aveva amato e che, andando via così repentinamente, non mi aveva consentito di fare davvero pace con lei e con le parti di me non amate da lei.
Come tutti i rapporti spezzati, anche questo filo strappato correva il rischio di diventare una manetta, una catena ininterrotta tra passato e futuro. Sentivo sulla mia pelle una paura che conoscevo bene e che mi obbligava ad abitare il vuoto, quella paura di amare che mi paralizzava le gambe, che non mi faceva volare, che non mi faceva essere.
Ma mi trovavo di fronte al Duomo di Milano, era dicembre, e l’atmosfera intorno era magica. In fondo, volevo tentare ancora una volta di essere felice. Volevo incontralo ancora una volta.
Dopo la nostra cena tra amici, le infinite e-mail del buongiorno e della buonanotte e il travaso virtuale e reciproco delle nostre vite, Lorenzo e io non avevamo avuto più molte occasioni per incontrarci ancora.
Il web mi scaldava il cuore e sembrava lenire le distanze tra noi, ma in realtà contribuiva – questo l’ho capito soltanto dopo – a innaffiare l’idealità a scapito della realtà.
Dentro una chat, Lorenzo era di un azzurro talmente abbagliante che il Principe delle favole, a suo cospetto, sarebbe apparso totalmente sbiadito.
Il Duomo di Milano era spendente, e io rimanevo incantata a osservarlo nella sua magnificenza, imponente mentre i passanti sembravano tante formiche affaccendate ai suoi piedi.
C’era sempre un via vai di persone in piazza, tutte di fretta, avvolte nel loro alito infreddolito. I milanesi corrono sempre, non si sa perché. Come se non potessero permettersi il lusso affettivo di rallentare. Immobile, sontuoso, bianchissimo, il Duomo sembrava osservare tutti dall’alto con uno sguardo accogliente, come se una grande madre che tutto vede e tutto abbraccia.
Mi rendevo perfettamente conto di vedere madri e padri dappertutto. Sentivo abbracci accoglienti e contenitivi anche da parte di monumenti senz’anima, tanto devastante era la mia fame d’amore.
Il Duomo era anche luogo dei nostri appuntamenti. Guardava crescere il mio amore per Lorenzo e, in ogni stagione, con i suoi colori e magie, ci regalava la sua benedizione.
Io aspettavo, inebetita dall’attesa. Il suono del cellulare ha rotto il silenzio. Da perfetta innamorata, avevo cambiato la suoneria in modo da riconoscere immediatamente la sua chiamata. Così, esattamente come il cane di Pavlov inizia a salivare davanti al rinforzo positivo del cibo, così il mio cuore accelerava quando riconoscevo la sua melodia.
Era la mia ricompensa dopo tanta attesa, dopo le amarezze della vita. Era il sogno che diventava realtà e, forse, era il bisogno che diventava piacere. Ma di questo non ero ancora certa.
Il telefono continuava a suonare: lui era lì, nei paraggi, mi stava aspettando. Il mondo attorno a me si era fermato, era sparito.
Tutto attorno a me c’era troppa confusione, stentavo a trovarlo. Lorenzo mi aveva già vista ma, giocando con la mia distrazione cronica, si nascondeva. Aveva visto il mio smarrimento, lo sguardo nel vuoto, la mia solita fame d’amore negli occhi neri, lucidi. Occhi spauriti e bisognosi. Lorenzo sembrava volersi perdere nel mio sguardo; mi diceva sempre che vedeva oltre, che non aveva paura, che amava i miei occhi. Non aveva paura della mia fame d’amore, quella fame atavica, corrosiva, terribile che mi aveva spinta, anzi catapultata senza rete di protezione, tra le sue braccia.
Ma delle sue braccia ve ne parlerò dopo.
“Dove sei, cucciolo mio?”.
“Sono qua, di fronte al Duomo, come sempre e per sempre”.
Mi piaceva rassicurarlo, anche con piccole frasi solo nostre, sulla mia presenza indissolubile e irreversibile nella sua vita.
“Sempre, per sempre”, “Tua, per sempre tua” erano frasi onnipresenti nelle mie e-mail, nei miei messaggi, nelle mie chat. Spesso mi firmavo con “tua”.
Io ero sua, e tale volevo rimanere anche dopo la morte.
Era un rituale amoroso, il nostro. Un accarezzarsi con le parole, con un silenzio parlante, come quando si ama davvero. L’uno era presente – o forse ingombrante – nella vita dell’altro, sempre e per sempre. Lui amava usare “cucciolo”, “piccola”, “patata”, “bruco”, “amore mio”.
Io amavo la distorsione cognitiva tra il mio essere donna e il suo declinare il vezzeggiativo al maschile, come quando mi chiamava “cucciolo”. Di solito ero incatenata al bisogno di perfezione, tipico di chi cresce con l’idea struggente di dover essere perfetto per essere amato. Le sue parole erano carezze per me, qualunque cosa dicesse, in qualunque modo lo facesse; avevano un effetto destabilizzante per la mia psiche già instabile di suo.
Io ero abituata ai no, non ai sì. Ai divieti più che ai consensi. Ai silenzi più che alle parole. Questo suo chiamarmi “cucciolo” era per me un bagno d’amore, una certezza.
Una carezza verbale che arrivava dritta al cuore, alle viscere, oltrepassando le mie barriere e le mie ferite. Perché con Lorenzo non c’erano barriere, né ponti levatoi che potessero resistere: lui arrivava dritto al suo obiettivo.
“Cucciolo” accendeva il mio desiderio come un interruttore on-off, era la parola magica che sanciva l’appartenenza. Io, che mi sentivo piccola e da proteggere, ero finalmente protetta. Quest’uomo sembrava conoscere tutte le mie ferite e sembrava volerle accarezzare una per una, con estrema pazienza e dolcezza. Mi coccolava con le parole, mi teneva tra le sue braccia virtuali anche a distanza. Mi regalava la magica sensazione di avere spazzato via il suo passato e il suo futuro.
Quando ero al suo fianco, ero certa che niente e nessuno mi avrebbe potuta ferire, e avevo la netta sensazione che lui fosse lì soltanto per me, senza alcun possibile futuro che non contemplasse la mia presenza.
Anche “patata” mi calzava a pennello. Quando abbiamo iniziato ad amarci, questo nomignolo mi irritava, mi faceva sentire goffa, impacciata, una vera frana quale io ero, in effetti. Cadevo in metropolitana, mi agganciavo maldestramente a lui nel tentativo di non inciampare per strada, rompevo un tacco in un tombino, mi smarrivo, e così via.
Nel tempo, questa dolcezza verbale era diventata per me indispensabile, quando era arrabbiato, da brava dipendente affettiva, venivo colta da un attacco acuto di ansia pensando che potesse avercela con me. Come accadeva con mia madre che nella migliore delle ipotesi mi ignorava, nella peggiore mi maltrattava, umiliandomi.

Mentre vagavo tra la folla le sue braccia mi hanno cinto la vita.
Il Duomo è sparito, sono sparite le persone.
Io, finalmente, respiravo.

Vai alla pagina del libro

 

Vuoi chiedermi qualcosa?

SCRIVIMI ADESSO

La tua privacy è al sicuro!
Il messaggio arriverà direttamente a me e risponderò io in persona.