Attanaglia le viscere. Si insinua dappertutto. Cammina sotto pelle. Crea dei solchi di invisibile infelicità. Squarcia e scompagina la psiche. Non risparmia niente e nessuno. È una paura atroce che compromette equilibri psichici e storie d’amore: la paura dell’abbandono.
La paura dell’abbandono può essere reale, conseguenza di relazioni pericolanti, o atavica. Quella paura profonda e destabilizzante che non correla con l’oggetto d’amore. Quest’ultima è senza dubbio più grave e ingravescente.
Ha una prognosi decisamente più infausta della precedente, soprattutto se adeguatamente ignorata e non curata.
Quando finisce un amore, le cause del decesso possono essere le più svariate e fantasiose. Può finire per morte naturale, per usura da tempo che tutto impolvera, per pericolo calma piatta, perché uno dei due protagonisti del legame amoroso – o entrambi – è stato colto da paura o sciatteria mentale, per mancanza di passione e di erotismo. Per abbandono.
Un abbandono all’improvviso.
Il rapporto con la paura dell’abbandono non è dalla semplice lettura.

A un passo dalla felicità: amore e prudenza

C’è chi ama a un passo dalla felicità, tenendosi a distanza di sicurezza dalla profondità del sentimento, dalla vertigine da perdita di controllo, dagli abissi del baratro dell’abbandono.
C’è chi parcellizza il proprio amore, lo divide o lo suddivide equamente tra il partner ufficiale e l’amante, ma in realtà non ama nessuno dei due.
C’è chi scappa prima di amare davvero: scappa prima di essere abbandonato. Quando fiuta l’odore della paura, propria o altrui.
Chi si trincera dietro gli alibi più creativi: genitori anziani, conti correnti precari, lavori saltuari, al fine di vivere amori precari a tempo indeterminato che tutelano dalla paura dell’abbandono.
Insomma, la schiera di fuggitivi è in costante aumento.

L’amore spaventa e spaventa ancor di più la sua longevità. La società di oggi ci educa più al bisogno che al piacere, più al consumo che al rispetto, più alla quantità – di corpi e di profili – che all’unicità e alla profondità.
Si può anche decidere di abbandonare un partner in maniera preventiva per non essere abbandonati, per non soffrire troppo dopo. Sembra una follia, ma intanto accade.
Una sorta di profilassi dell’abbandono.
Accade che la paura di amare davvero e di essere abbandonati obblighi alla fuga. Alla fuga dalla coppia, dall’amore e dalla paura che fa paura.
Il partner spaventato scappa via quando sente nell’aria odore di bruciato. Così, invece di investire nel rapporto in crisi, di rattoppare gli strappi o di valutare costi e benefici della crisi in corso, scappa via cercando di farsi il meno male possibile.
Quando la paura del coinvolgimento profondo attanaglia all’immobilismo del vivere, ecco che scatta un meccanismo di fuga.
Un alert inconscio, una sorta di semaforo rosso che mette in evidenza la zona “pericolo profondità”.

L’ombra del terzo

Nel momento in cui si forma una coppia, inevitabilmente e spontaneamente, si comincia a trattare sui limiti. Si stabilisce cosa (e chi) dovrebbe stare dentro e cosa dovrebbe stare fuori dalla coppia.
Si sceglie una persona tra tutte, le si promette amore e fedeltà, e si investe nel rapporto d’amore.
Esiste una linea invisibile di demarcazione tra la coppia e il resto del mondo; una sorta di immaginaria ma resistente recinzione che protegge il legame dalle intemperie della vita.
La ricerca di esclusività tipica dei rapporti d’amore diventa una ricerca ossessiva e compulsiva di rassicurazioni, le cui fila vengono mosse dalla paura dell’abbandono.
In realtà, l’obiettivo finale è quello di ricreare quell’unità primordiale vissuta con la madre. Quel rapporto uroborico di oceanica fusione dove i confini dell’uno non sono disgiunti da quelli dell’altro.
Fantasia e desiderio tanto pericolosi quanto irrealizzabili.
I partner che hanno paura dell’abbandono portano in dote una buona dose di angoscia e una massiccia dose di fragilità all’interno del legame, appesantendolo.
Credono di poter essere traditi da un momento all’altro, e immaginano di vedere una minaccia nel volto di ogni persona che si avvicini alla coppia.
Il partner spaventato e insicuro tenta di creare un rapporto dispotico, assolutamente claustrofobico. Un tipo di legame che non solo non cura le ferite d’infanzia, ma corrode e danneggia il legame, che stenta poi a diventare adulto e longevo.

Quando si smette di amare e si inizia ad amare altrove

La genesi dell’abbandono è variegata: può capitare che un partner ne abbandoni un altro perché smette di amarlo. Semplicemente.
C’è chi abbandona un partner perché il rapporto si trasforma nel luogo della sofferenza.
Da luogo dell’altrove, abitato da fantasie e desideri, da emozioni e sogni, diventa il luogo dell’Olocausto.
Del deserto emotivo. Della punizione. Dell’oltraggio del silenzio. Così l’abbandono diventa una modalità per non abbandonare sé stessi alla deriva, un potente meccanismo di protezione.
Un salva vita, emotiva.
C’e anche chi abbandona perché si innamora di qualcun altro. Inizia ad amare altro e altrove. L’abbandono, però, non succede all’improvviso, così come il tradimento.
Viene preceduto da tutta una serie di segni prodromici, anticipatori della sofferenza che verrà.
Anche in questo caso le motivazioni sono varie, da analizzare coppia per coppia e paziente per paziente.

Può capitare che l’amore provato per il partner inizi a scemare, che il rapporto di coppia abbia delle lacune e delle zone d’ombra insanabili; oppure, all’improvviso, la fame di emozioni metta a soqquadro, per una sorta di bulimia del vivere, la stabilità del rapporto di coppia.
Cosi, chi è a caccia di emozioni ad alta intensità emotiva ed erotica, si innamora del cardiopalmo e delle sensazioni che un innamoramento cronico regalano.
In questo caso, non si tratta di emozioni che diventano sentimento, ma di emozioni che infiammano e bruciano e che seguono la triste cronaca di una morte annunciata: la parabola discendente del sentimento.
Si consumano unitamente al legame in cui abitano.
Sono luoghi del cuore che non diventano destinatari di un progetto, di un cammino, di una meta. Aridi e orfani di sentimento.
Amori impregnati di mordi e fuggi e di paura; sprovvisti di vita e di fantasia, di appuntamenti e di futuro.
Assaggi di amore che si consumano, non sempre candidati ad ardere a lungo. Resistono sino al prossimo innamoramento.
Spesso, in questi casi, gli sconosciuti si insinuano e si impadroniscono degli spazi vuoti. Li abitano, li infiammano, per lo spazio di un incontro. La coppia si accende, si ustiona e si consuma. Questa virulenza e velocità del vivere tiene a bada la paura dell’abbandono. E ricominciano altrove.

C’è chi ama l’amore piuttosto che amare davvero, e abbandona quando non sente più le farfalle nello stomaco.
Come se le farfalle, semplicemente, fossero la concretizzazione della profondità di un sentimento.
Teme la noia e l’abitudine, e necessita di abitare sulle montagne russe del cuore.
Ma l’innamoramento è ben diverso dalla profondità dell’amore.

L’amore non è amare. L’archeologia dell’amore

Un amore succede! L’amore accade per caso, per una transitoria distruzione di Cupido, ma trasformarlo e candidarlo al “per sempre” è ben altra cosa.
Amare obbliga all’impegno, al progetto, alla cura del rapporto di coppia.
La capacità o meno di amare e di essere amati dipende dall’archeologia dell’amore, da come siamo stati o non siamo stati amati da bambini.
Da quella indispensabile dote affettiva che abbiamo o non abbiamo ricevuto in dono.
Se siamo stati accarezzati e accettati, se le parole d’amore e di affetto hanno accompagnato la nostra crescita, o se degli algidi genitori hanno scandito le fragili tappe dello sviluppo psichico.
Amare significa impegnarsi, costruire, riparare delle intemperie e dal caldo quando le stagioni diventano a rischio di malanni.
Un buon matrimonio non si improvvisa. Non avviene per caso. Non sopravvive da solo all’usura del tempo che passa. Non avviene, si fa. Con o senza paura dell’abbandono.