Non somiglia a nessuno se non a sé stessa. Non incarna e non ripropone il progetto familiare. Va sempre controcorrente. Viene emarginata, derisa, contrariata. Ghettizzata. Nonostante ciò, va dritta per la sua strada: impervia ma sua.
Ecco a voi la pecora nera. È diversa dai membri della sua famiglia, ed e orgogliosa della sua diversità, nonostante venga derisa e osteggiata.
Il tempo, poi, le fa un regalo: dimostra agli increduli e ai diffamatori, anche e soprattutto familiari, che ha fatto bene ad ascoltarsi e a non ascoltarli. Nonostante ciò, la sua vita è faticosa, dispendiosa di energie psichiche, ma entusiasmante, proprio perché non segue il branco e nessuna regola preconfezionata.

L’identikit della pecora nera

Essere una pecora nera, nella vita, non è facile, non è un cammino immune da inciampi o intoppi. Si tratta di una persona imperfetta, talvolta ferita, che imbocca sentieri controcorrente, spesso sola, ma rigorosamente caparbia e coerente. La pecora nera non si fa manipolare o irretire, coinvolgere in ciò in cui non crede o da chi non stima o non è di suo gradimento.
Pensa, riflette e agisce seguendo il suo ostinato istinto e le sue accese passioni, in barba a tutto e tutti, anche a costo di essere penalizzata.
Ciò che contraddistingue la pecora nera è il coraggio, l’audacia, la tenacia. Il coraggio di essere diversa, di dire no quando tutti dicono si – a ogni no corrisponde una presa di coscienza di quello che le piace di più e soprattutto quello che non le piace per niente -, di scrutare la realtà da un altro punto di vista, di addentrarsi con orgoglio in sentieri impervi e sconosciuti ma conosciuti al suo cuore, di non tirare i remi in barca nemmeno quando tutto è contro di lei, di essere ciò che è e che vuole essere, in barba a tutto e tutti.

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Le dotazioni di bordo per una navigazione in un mare così tempestoso devono essere tante e ben assortite: volontà, caparbietà, resilienza, resistenza, amor proprio, autostima.

La mancanza d’amore e la ribellione

Solitamente la pecora nera è una (o un) non amata. Colei che ha dovuto barattare l’amore con l’obbedienza e con l’approvazione.
La mancanza d’amore primaria genera quella ferita profonda detta “ferita dei non amati” che dà vita a un cammino personale irto di difficoltà ma imbevuto di audacia e di coraggio. In una famiglia, la pecora nera è colei che emerge dal branco. Che studia, che si impegna, che con la sua tenacia e audacia va lontano. Che ha una fame insaziabile di risarcimento e di riscatto.

Sin da piccola viene considerata ribelle, problematica, impacciata. Mossa da un desiderio cocente di riscatto e di risarcimento raggiungerà traguardi e vette che nessuno dei suoi familiari immaginava per lei. La pecora nera, proprio perché nera, non omologata e omologabile, duella con i suoi mostri interni, con le sue mancanze e voragini, e ottiene ciò che vuole. Sempre.

Molti studi hanno dimostrato che le pecore nere sviluppano un elemento fondamentale: la resilienza, e anche la resistenza.
Atteggiamento che le rende flessibili e resistenti alle avversità. In psicologia con il termine resilienza si indica la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi imprevisti, drammatici e traumatici. La capacità e forza interiore che garantisce la capacità di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruire percorsi alternativi e inediti e di ricostruirsi, anche dopo essersi frantumata in piccoli e infiniti pezzi.

Le pecore nere sono persone resilienti: immerse, quasi annegate, in circostanze avverse, riescono a fronteggiare con maestria le contrarietà, a dare un nuovo slancio alla loro esistenza e a raggiungere mete importanti; proprio perché “nere”, sole e fedeli a loro stesse.

Orgogliosa della sua diversità

La pecora nera è orgogliosa di pensare e di agire diversamente. Di andare controcorrente. Di risalire la china e di navigare contro fiume, come fanno i salmoni. Riesce, sin da bambina, a risorgere dalle proprie ceneri, a trasformarsi per sopravvivere. Ad emozionarsi con le avversità che piega a suo vantaggio.
Ama la solitudine, la considera una vera necessità del cuore e della vita. La solitudine, per le pecore nere, è infatti il luogo dell’altrove da visitare con estrema costanza e frequenza. Non ama il branco, anzi il gregge, la confusione, le mode, il si deve, il si dice. Non a caso sono meravigliosamente nere.

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In seno a un nucleo familiare, la pecora nera diventa scomoda, irriverente, poco obbediente. Non si piega alle regole silenti e manifeste della famiglia, dice sempre di no e mette in pratica i suoi si. Diventa spesso generatrice di un conflitto, non arretra davanti ai divieti e alle punizioni, si ascolta, esige l’ascolto altrui, proprio perché ha le idee chiare sul sentire e sul volere.
Anche in amore è un partner scomodo perché risolto e pretenzioso. Nel territorio di coppia, non si accontenta e non accetta compromessi.
O tutto o niente. Esige di vivere all’insegna del sacro fuoco della passione, senza immolare niente sull’altare sacrificale, soprattutto le sue stesse emozioni e idee, e sé stessa.
Il dialogo silente e continuo che la pecora nera ha con sé stessa, anche con le sue parti psichiche più scomode o con i suoi mostri interni, la rende vibrante e mai noiosa.
Insomma, non è un partner che annoia, ma mette a distinzione di chi ama la sua feritoia interna che si fa sottopassaggio verso l’intensità del vivere.
Proprio e altrui.

La storia di Anna

Anche io, cara Dottoressa, sono stata una pecora nera. Adesso posso dire a voce alta di essere orgogliosa di essere nera, ma quando ero ragazzina non riuscivo a comprendere il valore della mia diversità. Ero in sovrappeso, paffutella, non ero mai vestita alla moda perché i miei genitori non avevano soldi a sufficienza per poter acquistare vestiti di marca. Andavo in una scuola di paese, ma nonostante ciò era frequentata da bulli e figli di professionisti che mi escludevano e deridevano.
La mia vita è stato un vero inferno.
Ero diversa, un’incompresa, non mi piegavo al volere di nessuno, pensavo in maniera autonoma, amavo in maniera autonoma, ed ero scomoda per tutti.
In classe, a scuola, in casa. L’unico rapporto preferenziale lo avevo instaurato con mia nonna. Lei sapeva. Mi conosceva bene, mi apprezzava e mi valorizzava. Tra le sue braccia mi sentivo importante, bella, profondamente amata; e sapevo che grazie a quell’amore io sarei arrivata lontano.
In realtà, andai via di casa all’età di diciotto anni, pur sapendo che sarebbe stato tutto molto, ma molto difficile. Iniziai a lavorare in un bar, tre sere a settimana, e con quel poco che guadagnavo mi pagavo un piccolo affitto.
La casa era orribile, piccola, buia e umida. Avevo spesso fame. Nonostante il mio umore fosse spesso deflesso, il mio cuore era strapieno di energia e di desiderio di successo. Nonostante le fatiche del vivere, la mancanza di soldi e di supporto familiare, mi sono laureata e adesso svolgo un lavoro di prestigio. Credo di essermi riscattata dalle ferite d’infanzia, ma sono certa che se non fossi stata nera, esattamente come definisce Lei le persone come me, oggi sarei rimasta lì, ferita, insultata dai bulli del paese, magari infelicemente sposata con qualcuno scelto dai miei genitori per me. Un abbraccio caro, Dott.ssa.
Grazie sempre per i suoi articoli, che nelle giornate buie regalano luce e speranza.

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