L’anaffettivo è colui che è incapace di provare emozioni.
Non le riconosce.
Non le comunica.
Non appartengono al suo mondo interiore e al suo vocabolario.

Supportare o sopportare?

Prendi un bambino mettilo in una famiglia dove al posto dell’amore c’è il disagio, c’è il silenzio, c’è il non amore, e le emozioni diventeranno le sue peggiori nemiche.
Prendi un bambino mettilo dove l’ambivalenza del sentire e del volere si fa parola o gesto, dove la manipolazione prende il posto della coerenza, e dove il bene va barattato.
Anche in questo caso, le emozioni diventeranno le sue peggior nemiche.
La vita poi fa il resto. Non lesina paure e traumi, incontri e scontri, amori e abbandoni. La psiche, talvolta, diventa più una corazza che un’amica fidata.
Esprimere le proprie emozioni, non averne paura, e ancor prima riconoscerle, non è proprio semplicissimo e, soprattutto, non è automatico.
Alcuni bambini nascono in famiglie dove non vengono ascoltati e riconosciuti nella loro interezza; vengono ignorati, maltrattai, o peggio ancora, adoperati.

Un bambino che piange troppo, talvolta, invece di essere ascoltato, di essere aiutato a riconoscere il disagio che sta vivendo al fine di tradurre in parole le sue emozioni, e contenuto con amore e pazienza, viene sedato con il cibo, con la televisione, con un video gioco che lo distragga da se stesso.
In questo caso, quando questo bambino diventerà adulto, avrà una scarsa dimestichezza con le sue emozioni, e quando queste irromperanno nella sua vita psichica per essere ascoltate, lui farà quello che ha imparato: le metterà a tacere.
Le imbroglierà con il cibo, con le più svariate dipendenze, con lo shopping e con le più ampie armi di seduzione di massa, come internet e simili.
Quando da adulto incontrerà l’amore, sarà obbligato a fare i conti con la consapevolezza emotiva. Che gli piaccia o meno.
Quando l’amore irrompe, scompagina gli equilibri faticosamente costruiti, confonde e inchioda al muro della verità emozionale.
Le terre dell’infanzia, prima o poi, bussano fragorosamente alle porte della psiche per essere ascoltate, perché in caso contrario saranno fautrici di sabotaggi multipli, con un attacco acuto anche il più profondo dei sentimenti.

Io ti salverò. Missione amorosa impossibile

L’anaffettivo ha una reale impossibilità nel vivere le sue emozioni: non le riconosce, non le attraversa, non le esprime.
Nonostante le sue difficoltà relazionali ed emozionali, viene visto come un uomo da salvare, da proteggere dalla sua stessa paura, da accudire per il suo bene.
È una sorta di bambino-adulto, che piace alle donne perché considerato una missione impossibile amorosa.
Può capitare anche il contrario: l’incontro tra una donna anaffettiva e un uomo missionario, ma in percentuale maggiore troviamo donne più pazienti e più materne che tendono con più facilità a indossare i panni masochistici delle crocerossine.
La crocerossina amorosa è colei che aspetta e spera che l’amore profuso possa attuare un cambiamento. Spera in cuor suo che il tempo, la pazienza e il suo modus operandi amoroso possano aiutare il partner a imparare ad amare.
Sappiamo bene che l’amore non cura, e che questa missione sarà destinata a fallire. Tristemente e dolorosamente.
La coppia formata da un partner anaffettivo e da una donna missionaria, o viceversa, non è una coppia candidata alla longevità.
È una coppia a rischio di sofferenza o di separazione.

Quando, in rari casi, proseguono nel tempo e imparano ad affrontare le intemperie da mancanza di comunicazione emotiva, nessuno salva nessun altro.
Il partner più verbale e più empatico si adatta all’altro, ma non cura l’altro.
Il partner più sofferente è solitamente quello più consapevole: colui che con le più acrobatiche strategie e tanto impegno profuso ha tentato invano di rendere il coniuge più simile a lui.
Nel tempo, però, oltre all’immobilismo della sua coppia, avrà sviluppato sentimenti di frustrazione e di disagio, che gli avranno regalato un vissuto di cocente sconfitta per la propria vita sentimentale.

La trappola amorosa. Identikit del partner anaffettivo

L’anaffettivo è colui che è incapace di provare emozioni. Le emozioni non sa proprio cosa siano. Come si provano, quando si dovrebbero provare, come si dovrebbe reagire, e come e quando andrebbero comunicate.
È algido, impermeabile ai magoni, alle tachicardie, alle ansie e alle paure.
La sua corazza difensiva lo orienta nel mondo facendogli rimbalzare addosso ogni possibilità di emozionarsi e di emozionare.
Il rapporto tra sé stesso e le sue emozioni è assente. Lui sta bene così. Il rapporto emotivo con il mondo è compromesso e compromette.
Non sa cosa siano le sfumature emozionali, non le ha imparato da bambino, e non crede nemmeno di avere per tal motivo delle reali difficoltà.
Non ama i fiori, i bambini, gli animali.
È, solitamente, un collezionista. Un accumulatore compulsivo. Gli oggetti hanno un valore maggiore delle persone con il loro carico emotivo.

L’anaffettivo, inoltre, nasce anaffettivo e muore anaffettivo.

Non cambia, non si trasforma, e cosa ben più grave per chi si trova ad amarlo, da innamorato non guarisce.
L’amore non cura, non trasforma, non cambia la psiche e la personalità.
L’anaffettivo è la concretizzazione di una trappola amorosa.
Non ama il contatto fisico: non bacia, non abbraccia, non dice “ti amo”, né si diletta in smancerie verbali.
Tutto quello che dovrebbe far parte di un amore, oltre che contribuire a nutrirlo e tenerlo in vita per farlo diventare longevo, manca tristemente e irreversibilmente.
Il partner anaffettivo glissa sulla possibilità di dare corpo e parola alle emozioni, non sa nemmeno dove andarle a trovare.
Parla sempre in modo generico, talvolta, in terza persona, senza aggiungere il cuore e senza giungere al cuore.
Senza condividere le fantasie e il proprio mondo interno. Questo sconosciuto.
La coppia formata da un partner accudente e uno evitante verte in un deserto emotivo cronico dal quale è complesso venirne fuori indenni.
Alla richiesta da parte del partner sano di maggiori cure e attenzioni, di parole ed emozioni, l’anaffettivo risponde che a lui non appartengono, che sono superflue, che l’amore non si deve dimostrare e che: “o così o niente”.

L’empatia, questa sconosciuta. La punizione del silenzio

L’anaffettività è un sintomo importante di altri disagi psichici o psichiatrici spesso più complessi.
Riconduce a un’ampia gamma di disturbi della psiche: dai più leggeri e ben compensati, sino ad arrivare a quelli più gravi, che compromettono l’aderenza alla realtà.
L’anaffettivitá, caratterizzata dalla totale assenza di empatia, non riguarda soltanto la dinamica dei rapporti interni alla coppia e alla famiglia, ma si estende anche a altri campi relazionali.
Abbiamo genitori algidi, madri e padri distaccati e ibernati, e partner scarsamente empatici, accudenti e verbali.
Alcuni partner fanno soffrire il coniuge punendolo con il silenzio, maltrattandolo con dosi quotidiane e massicce di indifferenza. L’altro diventa supplichevole, desideroso di un riscontro emotivo. Spera in un bacio in più, magari lontano dal rapporto sessuale, in una carezza o un abbraccio, in una parola che possa tradurre il sentimento provato; che rassicuri e che scaldi il cuore.
In una lettera o semplicemente in un sms d’amore. E invece, niente di niente.
Tra le sciagure amorose può anche capitare di incontrare un partner narcisista.
I narcisisti considerano solo loro stessi. Le loro necessità, il loro piacere.
Nutrono irragionevoli aspettative, perché a loro tutto è dovuto: il mondo e gli esseri umani ruotano attorno al loro universo esistenziale.
Sono arroganti, presuntuosi, pretestuosi.
Sino ad arrivare, nei casi più severi, al disturbo schizoide di personalità, caratterizzato da un toltale distacco dalle relazioni sociali, da uno scarso interesse per la vita, e da una grande sofferenza in chi sta loro accanto.
Donne e uomini solitari, senza amici o confidenti, senza relazioni e senza ponti di congiungimento con il resto del mondo. Si trincerano dentro una bolla, dentro la quale non è concesso entrare, nemmeno dopo avere chiesto il permesso.
Sono come delle monadi, senza porte e senza finestre.

Disaffettivo. E se ti dicessi che ti amo a modo mio?

Per disaffettività si intende un’alterazione dello stato affettivo: in senso eccitatorio o depressivo. È un termine generale, non specifico, applicabile ai disturbi dell’affettività che non siano esattamente identificabili.
Nel linguaggio comune è un termine poco adoperato e anche poco conosciuto.

Frammenti di una consulenza al femminile. Mio marito è un uomo-frigorifero

Gentile Dottoressa,
vivo da oltre 20 anni con un marito anaffettivo.
Ho sempre cercato di migliorare il nostro rapporto ma non ci sono mai riuscita, perché come giustamente scrive Lei, nessuno cura nessuno, e nessuno salva nessun altro.
Tentativi estenuanti che mi hanno regalato tanta frustrazione, liti perenni, una colite ulcerosa, e il suo maggiore ritiro emozionale da me e dai nostri figli.
Non ho mai ricevuto un biglietto di auguri, delle parole dolci via chat, lettera o de visu. Mi sono accorta che negli anni ho imparato ad accontentarmi delle briciole, ma adesso mi sento arida, più algida di lui, e io non voglio diventare come lui.
Non ne posso più. Ho appena perso mia madre per un tumore, esperienza devastante che mi ha trascinata in un baratro di cupa depressione, e anche in questo momento della mia vita, lui non c’è. O, come dice lui, c’è a modo suo. Che non e il mio.
Le scrivo, ma in realtà scrivo a me stessa, perché non ne posso più. Ho deciso di separarmi, anche se lui non capisce e non accetta, e mi dice di essere una ingrata e una squinternata, folle.
Ho deciso di assecondare questa mia bulimia del vivere. Questa fame d’emozioni e d’amore.
La saluto con affetto, con empatia e con le lacrime agli occhi.
Lacrime che mi fanno sentire ancora viva e vegeta, e felice di esserlo ancora.

Frammenti di una consulenza al maschile. Madre e moglie algida, alla ricerca di un po’ di calore

Gentile Dottoressa,
mi chiamo Paolo, ho cinquantasei anni, una moglie e due figli che amo profondamente. Mia moglie è una donna algida, anaffettiva. Non sa amare, e non lo considera una sua difficoltà.
A sua volta, sua madre – mia suocera – lo è stata con lei, e io ero convinto che il mio immenso amore e la nostra famiglia l’avrebbero salvata e resa umana.
Ma non ci sono riuscito.
Cosa ben più grave di questa sciagura sentimentale, è che lei è così anche con i nostri figli che sono cresciuti accontentatosi, cercando me al posto suo.
Parlando con me della scuola, del bullo di turno e delle loro paure, dei primi amori e abbandoni, delle mestruazioni e del corpo che cambia, della cellulite e dello specchio che non gratifica, della vita e della morte, del dolore e dell’amore.
Adesso, grazie a Dio e a me, sono cresciuti sani, empatici e frequentano una prestigiosa università, e io sono rimasto da solo.
In una vera cella frigorifera.
Nonostante il suo silenzio, le sue poche parole e la sua scarsa gestualità, io la amo, lei è la donna che ho scelto, è mia moglie.
Sono arrivato a un punto in cui non ne posso davvero più di vivere così. Ho bisogno di tutto. Di cure, di carezze e di baci, di emozioni e di buona notte. Di email e di cuori di whatsapp. Di sentirmi amato e curato. Rassicurato e desiderato.
Mi sento in trappola, dentro una cella frigorifera chiamata matrimonio.
Invitarla a consultare uno psicoterapeuta è per lei una vera offesa, una terapia di coppia un vero oltraggio alla sua intelligenza, quindi, non mi rimane altro che soffrire ancora o andare via.
Grazie per l’ascolto e per la lunghissima email di risposta che mi ha scaldato il cuore. Mi sono accorto che ancora batte, e chi lo avrebbe mai detto?
La saluto con stima e affetto,
Paolo, un suo affezionato lettore.