Nessuna sveglia rompe il silenzio. Nessuna corsa ad ostacoli sancisce l’inizio della nostra giornata. Nessun bambino va a scuola o al nido. Tutto sembra essere rallentato, forse, immobile. Siamo tutti chiusi in casa, in preda a una graduatoria emotiva variabile e inedita.
Stare chiusi in casa è il modo più rapido per fare una sorta di tagliando salute alla qualità dei nostri rapporti familiari. La vita compulsiva e frettolosa, che talvolta diventa fuga da quello che non va, lascia il posto alla pausa, alla riflessione. Il fare diventa sentire.
Lo stress del quotidiano lascia il posto alla paura per il virus che sembra aver colonizzato ogni nostro pensiero.

La famiglia, il tempo, la fretta e la pausa

Da quando mettiamo al mondo i nostri figli, tranne qualche mese di congedo parentale misto a sensi di colpa, iniziamo la nostra corsa ad ostacoli contro il tempo. Tra una poppata e un’altra viene in soccorso una nonna o una tata per concederci il lusso di una doccia in serenità o di una spesa al market sotto casa. Proseguiamo come delle vere macchine da guerra tra un figlio da prendere o accompagnare e un cartellino da timbrare, tra le mille incombenze domestiche e il poco tempo libero a disposizione.
Andiamo sempre di corsa per poi lamentarci della scadente qualità di vita, ma nonostante ciò la lentezza ci fa paura. Langue anche il tempo per noi stessi, per la nostra coppia e per la noia. Quel luogo misterioso, tanto necessario ma così tanto temuto, che ci obbliga alla fuga piuttosto che alla sua frequentazione.
Febbraio 2020: il coronavirus incombe sulle nostre teste e ci travolge e stravolge la vita. Veniamo rapiti dalla paura ma non dall’immobilismo. Anzi, talvolta, la paura spinge all’iperattività: una strategia per non sentire le emozioni e per trasformarle in agiti, in psicoanalisi: acting out.
Marzo 2020: il coronavirus ci obbliga a rimanere chiusi in casa, vige uno stato di allarmante preoccupazione per il dilagare del contagio.
Cambiano le nostre abitudini: improvvisamente, inaspettatamente.
Rimanere in casa a causa del coprifuoco coronavirus e non per libera scelta ci catapulta in una situazione di sospensione dalla realtà, per trasferirci senza preavviso da una realtà esterna a una interna, spesso silente e ingombrante.
Ecco che accade l’imponderabile: un incontro ravvicinato con i nostri figli, con i nostri affetti, i nostri partner. E i nostri vuoti. Non c’è nessuna attività parafulmini da poter fare perché ogni palestra è chiusa, nessun bambino viene accompagnato da un compagno, al doposcuola, dalla nonna, al basket. Iniziano i capricci e i bisticci, e la convivenza forzata. Anche noi adulti abbiamo ridotto al minimo i contatti con gli altri esseri umani e la frequentazione dei luoghi di aggregazione, la solitudine viene a bussare alla nostra porta, e ci inchioda alla verità del cuore.
Niente cinema. Niente teatro. Niente centri commerciali. Luoghi di distrazione di massa dove stemperare la solitudine del cuore o le mancanze. Tutti in casa, per di più, tutti insieme, per un tempo non ancora determinato. Niente fuso orario interno alla coppia, nessun partner va a lavorare e uno rimane in casa, e viceversa.
Le scuole sono chiuse e i figli sono obbligati a stare più tempo con i genitori, e i genitori con i loro figli, tra di loro e in compagnia di loro stessi. Incontri e incastri che ricordano una sorta di mach di pugilato. Contrattazioni e proibizioni: i più piccoli ammalati di noia e di iperattività sfoggiano una vasta gamma di lamenti e capricci, i più grandi non sopportano la reclusione e meditano la fuga. La tensione aumenta e la pazienza diminuisce.

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Le giornate rallentano ai tempi del coronavirus

La prudenza da emergenza coronavirus ci inchioda alla verità e alla qualità dei nostri affetti. Nessuno scappa da nessun altro dopo pranzo, o salta il pranzo per correre qua o là, per fare inglese, nuoto, scherma, calcio. Per andare da un fidanzato o da un professore privato. Nessuno è altrove desiderando di essere in casa, per poi lamentarsi di essere stanco. Insomma, non ci sono più scuse per non essere sereni e felici. C’è chi si rintana in cucina davanti ai fornelli perché il fare, talvolta, distrae dal sentire. Chi davanti alla sempre presente televisione, dispensatrice di serie tv, immagini e suoni. Chi intrattiene rapporti intimi con il cellulare e con i social. Chi si stordisce con il cibo per non sentire la paura e l’ansia, o perché non sa gestire la tensione. Chi trasloca dentro un libro o si tuffa nei ricordi del passato; e chi cerca di ricucire i legami sdruciti.

Strategie salva rapporto genitori e figli

Nonostante la clausura forzata le nostre giornate dovrebbero contenere un tempo per il lavoro, uno per il riposo e uno da dedicare ai nostri figli. Sarà un tempo nuovo, fatto di convivenza e di presunta qualità. Con i più piccoli si potrebbe iniziare qualche attività nuova che obblighi al fare. Fare i biscotti, il pane, disegnare, colorare, leggere una storia insieme a loro, recitare o fare ginnastica tutti insieme. Saranno attività ludiche, in grado di canalizzare le loro energie e le nostre attenzioni. Una nuova sinergia emozionale. Questo spazio di interazione diventerà per loro un ricordo indelebile, che non assoceranno alla paura del virus, ma alla presenza improvvisa e protratta in casa dei genitori. Reclusione che diventerà più un dono che una punizione. Chi ha figli adolescenti, può adoperarli come tutor per le nuove tecnologie. Chi meglio di loro sa utilizzare Skype o le video chiamate di whatsapp, sa organizzare un gruppo di lavoro o di studio online. Loro si sentiranno utili e noi sollevati da una nuova incombenza. I ruoli, per un pò, si inventeranno senza temere di perdere la regia del nostro essere genitori, e il legame diventerà sempre più saldo.
Ci saranno dei sabati sera di pizza in casa e di televisione: un tempo nuovo di condivisione emozionale, più o meno forzata, senza che debbano per forza rinunciare alla discoteca o alla serata in un pub per stare con noi.
Uno sguardo a parte va alle coppie in crisi o per i separati in casa. Per loro la convivenza forzata o l’allontanamento dall’amante può rappresentare un momento di grande disagio e di grande tensione, dopo il quale non sempre è possibile tornare indietro alla presunta quiete pre-coronavirus. Gli arresti domiciliari inchiodano alla verità: a quello che abbiamo, a quello che abbiamo smarrito, a quello che avremmo voluto, a quello che non abbiamo più o non abbiamo mai avuto. Chiusi in casa, imprigionati dentro la verità della nostra vita affettiva, tra bilanci, mezze verità e desideri, non possiamo mentire a noi stessi e nemmeno ai nostri cari. Stiamo vivendo una sorta di terremoto emotivo al quale ci siamo disabituati perché abbiamo fatto nostro il ritmo di un mondo cinicamente e compulsivamente inarrestabile. Utilizzare questo tempo ritrovato, anche contro il nostro volere, può far diventare la crisi che stiamo vivendo una risorsa, può insegnarci a coltivare l’arte dell’attesa e della pazienza.
Un modo, forse un pò azzardato, per ripartire da noi stessi con nuove consapevolezze e altrettante nuove priorità. Fare un bilancio tra falsi bisogni e necessità del cuore, che porti a ridimensionare ciò che non conta veramente e che mai conterà.

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