Separazione, un dramma in tre atti

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Ci avevamo creduto.
Lo avevamo voluto/a, a tutti i costi.
La parola separazione, o peggio ancora fine, non apparteneva al nostro vocabolario.
L’esame di realtà era stato del tutto compromesso, ed il partner amato sembrava essere, finalmente, quello giusto.
Niente e nessuno ci avrebbe mai condotto, o indotto, ad una possibile separazione.
Ed invece, un amore può giungere al capolinea, anche dopo anni di investimenti e cure.
Un amore, durante il suo cammino, può attraversare momenti difficili ed ambivalenti, può incontrare dossi e rallentatori, stasi e riprese, crisi e ricostruzioni, ma, talvolta, nonostante tutto, giunge alla sua fine.

La separazione, in questi casi, sembra essere l’unica soluzione possibile.
Molte coppie, travolte e stravolte dalle infinite incombenze del quotidiano e dalla pessima abitudine di dare il partner per scontato, abitano legami emotivamente estinti, defunti, svuotati da tanto tempo di contenuti e di significati emozionali, ma, nonostante tutto, vanno avanti per inerzia, imperterriti ed anestetizzati.
Vige la regola sotto traccia del famigerato “bene dei figli”, del mutuo da estinguere, del “non dare un dolore ai genitori anziani”; regola che impedisce, spesso, una presa di coscienza autentica e profonda, ed una possibile, successiva separazione.
Una sorta di trappola, di ricatto del vivere, di ostaggio del partner.

Ma l’Amore è ben altra cosa.
Il vuoto della passione e dell’empatia però, prima o poi, busserà violentemente alla porta dell’anima e chiederà il conto.
Conto che, più tardi verrà saldato, e più salato sarà.
Il vuoto diventerà così il motore propulsivo e deflagrante che obbligherà al cambiamento, alla separazione.
Ed il “dopo” come sarà?

Qualche riflessione sulla separazione

“La morte di un amore è come la morte d’una persona amata.
Lascia lo stesso strazio, lo stesso vuoto, lo stesso rifiuto di rassegnarti a quel vuoto.
Perfino se l’hai attesa, causata, voluta per autodifesa o buonsenso o bisogno di libertà, quando arriva, ti senti invalido.
Mutilato.”

Oriana Fallaci

La fine di un amore: il secondo atto

La parola fine sembra sancire un vero sparti acque tra il prima ed il dopo.
Tra il vivere in coppia e l’essere – più o meno volutamente o più o meno in-felicemente – single o soli.
La fine di un amore è, comunque e sempre, un evento davvero drammatico.
È sempre un vero tsunami dell’anima, un caos esistenziale, un cambiamento profondo e destabilizzante.

La separazione, anche se fortemente voluta, facilitata, ed anche desiderata, è sempre un momento topico e drammatico; insieme all’amato va via una parte importante di noi stessi che, quell’Amore ha fatto nascere, ha nutrito e concimato, ed ha fatto crescere insieme al sentimento per lui/lei.
È un dolore atroce.
Una lacerazione.
Un vero strazio.
Il “dopo”, il secondo atto, è un periodo più o meno lungo abitato da pensieri, ricordi ed emozioni, da un lavoro estenuante di rivisitazione continua di quanto è stato e di come, forse, sarebbe potuto essere.

Alda Merini scriveva: “talvolta si va via per riflettere, mentre altre volte perché si è riflettuto“.
In entrambi i casi, il caos interiore del dopo, non verrà riposto facilmente , e velocemente, nel cassetto dei ricordi.
Nemmeno nei casi di divorzio lampo, o breve che sia.
Riemergerà, si impossesserà di noi, ci farà soffrire e pensare di fare marcia indietro, di chiamare, di scrivere, di mettere in atto una “follia riparatrice“.
Testa e cuore, si sa, non vanno mai nella stessa direzione e, in situazioni di estrema sofferenza come durante o dopo una separazione, non sempre parlano lo stesso linguaggio, facendo sprofondare il protagonista di questo disastro amoroso in un baratro di confusione.

Il dopo, solitamente, a seconda della storia di vita dei protagonisti di quell’Amore, sarà caratterizzato da fughe in discoteca, regressive o trasgressive, da aperitivi caratterizzati da un’ostentazione di se – giovani e felici – da vacanze estreme od oltre oceano, ed ancora, da svariati “amanti meteora o traghetto” che, con la loro ventata di allegria e di passionalità, dovrebbero fungere da anti dolorifici, ed aiutare a “traghettare” dal passato al futuro.
C’è chi, invece, preferisce far abitare il dopo dai balsami del tempo che passa, e nulla più.
Chi, al chiodo scaccia chiodo, preferisce la riflessione, l’attesa, l’incontro con se stessi e con il proprio sentire e volere più profondo.

La fine di un amore: il terzo atto

Passano i mesi, ed il caos diventa – più o meno – ordine, ma uno dei due protagonisti della separazione, prima o poi, si innamorerà nuovamente.
Solitamente, chi si innamora prima aveva già uno spazio – anzi meglio chiamarlo con il giusto nome: vuoto – dentro di se.
Aveva già sperimentato e provato sulla sua pelle la sgradevole sensazione di sentirsi da solo/a  pur vivendo in coppia.

Quando però uno dei due si innamora davvero, l’altro che, solitamente sta ancora cercando di sistemare i cassetti emozionali e della memoria, sprofonda in un baratro di disperazione.
Quello che un tempo era stato suo, non gli appartiene più, e la parola ” fine” è stata davvero pronunciata.

Testimonianza sulla fine di un amore

Gentile Dottoressa Randone,
mente leggevo il Suo articolo, mi sono venuti i brividi, mi sono ritrovata in ogni sua descrizione.
Il mio matrimonio era diventato una galera, forse come tutti i matrimoni aveva intrapreso la strada impervia della noia, delle abitudini e del non detto.
La rabbia e le rappresaglie stupide erano diventate ormai la norma.
Mancavano i baci, come ho letto in un Suo altro articolo, l’intimità era diventata una noia mortale, un vero obbligo coniugale.
Avevo da poco compiuto 50 anni e, come può immaginare, ho avuto una crisi importante di mezz’età.
Chi ero?
Dove stato andando?
Cm chi ero stata davvero? Avevo amato veramente? E, soprattutto, ero stata amata?
Quanto mi rimaneva da vivere e con quale qualità?

La paura della vecchiaia e della morte avevano fatto capolinea nella mia anima e la crisi, direi, conclamata!
Avevo tre figli, meravigliosi ed educati che, a breve, sarebbero andati fuori dal nido.
Un marito, tutto sommato, ancora presente, anche se a modo suo.
Tiepidamente presente.
Un lavoro da dipendente, che mi consentiva di essere autonoma ed in momenti di crisi di fare shopping compulsivo e compensatorio.
Non ero ancora da buttare via.
Ma lo specchio mi rimandava uno sguardo spento, triste, ingrigito..
Mi sentivo morta, già da tempo, anziana, forse, da sempre.

Dopo ben tre anni di agonia, ho trovato il coraggio di lasciare mio marito, non per un altro uomo, ma per me stessa, solo per me.
Ed ecco il mio “secondo atto”, come lo chiama Lei, il mio “dopo”.
Ovviamente è stato atroce, dolorosissimo, ma avevo smesso di recitare un copione da brava moglie, come scrive Lei, “infelicemente sposata“.

Da lì a breve, forse troppo breve, mio marito ha tirato fuori dal cilindro una compagna e, come da copione, era giovane, bella e single.
Immagino che dentro il cilindro ci stesse gia da un po’…
Questo, forse, avrebbe giustificato la sua noia, la sua assenza, la sua non cura.
Cara Dottoressa, può immaginare la mia sofferenza, lo strazio, l’inevitabile confronto con una rivale che non aspettava altro che io lo lasciassi a lei.
Ecco, questo è, come lo chiama Lei, il mio “terzo atto”.
Penso, e spero di farcela, di ricominciare da me.
Adesso sono in cura da due mesi circa da una dottoressa molto competente ed attenta, e spero che i primi risultati non tardino ad arrivare.
Grazie per la Sua ospitalità, avevo proprio bisogno di parlare con Lei e con chi mi leggerà.
Adele.

Conclusioni

Di separazioni sono strapieni i tribunali. Oggi ci si innamora, ci si sposa , ci si separa e si ricomincia con una velocità davvero allarmante.
Una velocità che, spesso, non tiene conto dei tempi della psiche e della coppia.
Un sessuologo clinico saprà aiutare la coppia separanda a fare chiarezza, al fine di una ricostruzione reale e longeva – ove ci fossero ancora gli estremi – o di una serena e civile separazione.

By | 2017-02-04T09:50:06+00:00 29 agosto, 2016|Categories: Divorzio|Tags: , , , |

2 Commenti

  1. Rosa 14 ottobre 2016 al 9:56 - Rispondi

    Proprio tutto molto ben ellaborato, spiegato… Rappresenta veramente tutto del matrimonio che non va’, i pro ed i contro…
    Dall’altra parte, mi veniva in mente mentre leggevo ‘Gia’! Se fosse tutto cosi’ “semplice”, evvabe’, e’ finita, me ne vado, nessun problema…’ rimane da pensaare che non c’era “niente” di “profondo” in realta’…’ Non e’ cosi’ semplice!
    Grazie ancora dell’articolo! Fa’ riflettere molto! Ho pensato, solo un’altra cosa… quando ho letto la frase di Oriana Fallaci (l’ho gia’ trascritta nel mio cellulare, cosi’ posso leggerla sempre e riffettere bene…), m’e’ venuto di mettere l’aggetivo “cara” invece di “amata”, cerco di spiegarmi… Quando ho letto “La morte di un amore e’ come la morte d’una persona” ‘cara’, sono riuscita a capire “sentire” meglio la dimensione dell’amore vero, quello senza misura, senza “maschere” e paragonare il dolore di quando ci si perde uno e l’altro “amore”… Il dolore della mancanza di un famigliare consanguineo e/o di una persona molto cara con il dolore della mancanza solo “fisica” ma non definitiva di quello che dovrebbe essere la nostra meta’, perso solo “dentro” e nell’allontanamento fisico… ma come ha un”uguaglianza” nel dolore, come anche avessimo perso “un pezzo di noi” com’e’ stato detto… Ho riflettuto di piu’ tra questi amori e le “perdite” nei diversi “piani” terreni e dell’aldila’ e sentito il valore dell’amore nel senso piu’ profondo e come ci si sente veramente male nelle due ipotesi che nonostante uno ci si perde veramente, per sempre, per non piu’ avere e l’altro la persona esista ancora, insomma, possa essere lo stesso cosi’ ugualmente doloroso!…
    Non vorrei in nessun modo “modificare” la frase/poesia di Oriana Fallaci, lei ha tutto il mio rispetto e spero tanti facciano con Lei, Dottoressa per immortalizzarla!… Ho voluto solo dire come l’ho letta…
    Buona Giornata, Dottoressa e, come sempre, Grazie dell’articolo!

    • Valeria Randone 14 ottobre 2016 al 10:14 - Rispondi

      Grazie per le Sue riflessioni e per il suo contributo.
      “Cara” credo stia a significare – spero di interpretare bene il pensiero della bravissima Oriana Fallaci – “oltre” la sessualità, oltre la fisicità.
      Un Amore a tutto tondo, quando va via, per le più svariate motivazioni, porta via con se parti psichiche uniche che sono nate grazie a “quell’amore”.
      Un caro saluto

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