Quando nasce una coppia, i protagonisti di quell’amore pensano e sperano che sia per sempre. Ci credono, investono, lo concimano di attenzioni e cure. La parola separazione, o peggio ancora fine, non appartiene al loro vocabolario.
Il partner sembra essere finalmente quello giusto, e niente e nessuno può incarnare una minaccia per il legame d’amore. In realtà non sempre il per sempre rimane tale: un amore infatti può giungere al capolinea, anche dopo anni di investimenti e cure.
Un amore durante il suo cammino può attraversare momenti difficili e ambivalenti, può incontrare dossi e rallentatori, stasi e riprese, crisi e ricostruzioni, ma, talvolta, nonostante tutto, giunge alla sua fine. La separazione, in alcuni casi, sembra essere l’unica soluzione attuabile.

Molte coppie, travolte e stravolte dalle infinite incombenze del quotidiano e dalla pessima abitudine di dare il partner per scontato, abitano legami emotivamente estinti, defunti, svuotati da tanto tempo di contenuti e di significati emozionali; vanno avanti per inerzia, imperterriti nel loro sentire (o non sentire), anestetizzati.
Vige la regola sotto traccia del famigerato “bene dei figli”, del mutuo da estinguere, del “non dare un dolore ai genitori anziani”; regola che impedisce una presa di coscienza autentica e profonda, e una possibile, successiva separazione.
Una sorta di trappola, di ricatto del vivere, di ostaggio del partner. Ma l’Amore è ben altra cosa. Un vuoto di passione e di empatia, prima o poi, bussa violentemente alla porta del cuore dei due i felici, e chiede il conto. Conto che più tardi verrà saldato e più sarà salato.
Il vuoto, solitamente, diventa il motore propulsivo e deflagrante che obbliga i partner al cambiamento e alla possibile separazione.

Il primo atto è, sicuramente, caratterizzato dalla pressa di coscienza dell’infelicità provata.

La fine di un amore: il secondo atto

La parola fine sembra sancire un vero spartiacque tra il prima e il dopo.
Tra il vivere in coppia e l’essere – più o meno volutamente o più o meno infelicemente – single o soli. La fine di un amore è, comunque e sempre, un evento drammatico.
Uno tsunami dell’anima, un caos esistenziale, un cambiamento profondo e destabilizzante. Un lutto. La separazione, anche se fortemente voluta, facilitata, e anche desiderata, è sempre un momento topico e drammatico: per chi la facilita e per chi la subisce. Unitamente al partner va via una parte importante dell’altro partner che, quel legame ha fatto nascere, ha nutrito e concimato, ha fatto crescere insieme al sentimento provato per lui. È un dolore atroce. Una lacerazione. Un vero strazio.
Il dopo, il secondo atto, è un periodo più o meno lungo abitato da pensieri, ricordi ed emozioni, da un lavoro estenuante di rivisitazione continua di quanto è stato e di come, forse, sarebbe potuto essere.
Alda Merini scriveva: “talvolta si va via per riflettere, mentre altre volte perché si è riflettuto“.
In entrambi i casi, il caos interiore del dopo, non viene riposto facilmente e velocemente nel cassetto dei ricordi. Nemmeno nei casi di divorzio consensuale e lampo, o breve che sia.
Riemerge, si impossessa di entrambi o di uno dei due (il più debole, solitamente), fa soffrire e fa valutare di fare marcia indietro: di chiamare, di scrivere, di mettere in atto una follia riparatrice pur di non elaborare il fallimento.
Testa e cuore, si sa, non vanno mai nella stessa direzione e, in situazioni di estrema sofferenza come quella causata dalla separazione, non sempre parlano lo stesso linguaggio. Tra un attentato e un ricordo, un rimorso e un rimpianto, il partner protagonista di questo disastro amoroso sprofonda in un baratro di confusione.

Il dopo, solitamente, a seconda della storia di vita dei protagonisti di quell’Amore, viene caratterizzato da fughe in discoteca, regressive o trasgressive, da aperitivi con un’ostentazione di sé, per far credere al mondo e all’ex di essere ancora giovani e felici, da vacanze estreme e oltre oceano, da una faticosa turnazione di amanti meteora o traghetto, che con la loro ventata di allegria e di passionalità, dovrebbero fungere da anti dolorifici e aiutare a “traghettare” dal passato al futuro.
Le reazioni alla separazione non sono tutte uguali, c’è anche chi preferisce essere cullato dal balsami del tempo che passa, e nulla (e nessuno) più.
C’è chi, al chiodo scaccia chiodo preferisce la riflessione, l’attesa, l’incontro con sé stessi e con il proprio sentire e volere più profondo. E chi la psicoterapia per non sbagliare più.

La fine di un amore: il terzo atto

Passano i mesi, e il caos diventa – più o meno – ordine, e uno dei due protagonisti della separazione, prima o poi, si innamora nuovamente.
Solitamente, chi si innamora prima aveva già uno spazio – anzi meglio chiamarlo con il giusto nome: vuoto – dentro di se quando viveva infelicemente in coppia.
Aveva già sperimentato e provato sulla sua pelle la sgradevole sensazione di sentirsi da solo/a  pur vivendo in coppia.
Quando però uno dei due si innamora davvero, l’altro che solitamente sta ancora cercando di sistemare i cassetti emozionali e della memoria, sprofonda in un baratro di disperazione. Quello che un tempo era stato suo non gli appartiene più, la parola fine viene davvero pronunciata. Questo avviene quando uno dei due partner o entrambi hanno superato il punto di non ritorno in amore.

Nella vita esistono tanti punti di non ritorno. Il punto di non ritorno della pazienza. Della lucidità. Della follia. Dell’amore. E del non amore. C’è un punto invisibile, visibile soltanto a noi stessi, che soltanto noi conosciamo, che segna lo spartiacque tra il prima e il dopo. Tra ieri e domani. Tra la sofferenza e la guarigione. Tra l’accettazione e la ribellione. È un solco invisibile che segna cuore, corpo e anima, e va trattato con cura e con rispetto. È il punto di equilibrio tra la frattura e la riparazione.
Questo punto, non sempre e non subito visibile sui legittimi proprietari – la coppia infelice – talvolta viene accarezzato con dolcezza, osservato quando sanguina, medicato o rattoppato per non prendere una decisione. La decisione di andare via. Di cambiare rotta. Di smettere di amare. Insomma, di cambiare.
Il punto di non ritorno in amore é un luogo segreto, alcune volte proprio nel tentativo di regalare l’ultima opportunità al partner grida per essere ascoltato e si esprime con gesti estremi o con sintomi. Altre volte viene ignorato a lungo finché non avviene l’inevitabile: un tradimento o un abbandono.

Quando muore un amore l’unica soluzione è la separazione

L’amore con le sue dolci seduzioni, false verità e atroci vendette ci cammina a fianco sin da bambini, così grazie a lui nasciamo, cresciamo, ci nutriamo, talvolta, ci avveleniamo. Quando nasce un amore, nessuno pensa mai di poter giungere al punto di non ritorno del proprio amore, intanto, anche gli amori muoiono. Amare ed essere amati è però un cammino lungo e faticoso, mai immune da rischi e da trappole del vivere.

Molti amori giungono al capolinea per i più articolati motivi, nonostante ci sia la tendenza di trovare l’agente patogeno, le cause sono sempre multifattoriali. Tra i fattori precipitanti abbiamo la non cura, la fretta del vivere, la cattiva abitudine di dare l’altro per scontato, sciatteria emozionale e mentale. Perché si smette di amare, semplicemente. A volta accade, che per un eccesso di fatica e una riduzione di forze, la conflittualità vince sulla capacità riparativa.
Viene a mancare l’erotismo, il fare l’amore, il desiderio. La coppia trasloca dalla casa del piacere a quella del dovere coniugale. Viene a mancare la capacità di sentire quello che sente l’altro, o meglio, viene a mancare l’Altro. La coppia smarrisce la condivisone profonda di esigenze, di emozioni, di ansie e di paure, oltre che di necessità. Quando uno dei due partner, o entrambi, rimangono chiusi nel loro guscio narcisistico pensando sempre di abitare la casa della ragione ad oltranza , ecco, in questi casi, un amore muore.
Giunge al suo punto di non ritorno. Inizia il processo separativo, talvolta senza possibilità di ritorno.

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La caccia alle streghe e la ricerca delle cause

Quando finisce un amore, lo strazio prende il posto della lucida rassegnazione e il ricordo della sofferenza si sostituisce alla speranza di una possibile riparazione.
La mancanza del partner amato occupa tutte le stanze della vita psichica, anche quelle inesplorate, così, nello stesso momento in cui si agisce una separazione, quando cioè il partner va via di casa e dalla coppia, inizia la ricerca dei perché e dei “per colpa di chi”. Scatta la caccia alle streghe e la ricerca del colpevole, che ovviamente deve essere altro e altrove rispetto alla coppia, oppure uno dei due accusa l’altro di non essersi impegnato abbastanza. A questa ricerca del perché vengono coinvolti i partner, gli amici, i familiari e gli amanti clandestini.
Ognuno porta acqua al mulino comune indossando i panni dell’investigatore privato, dello psicologo amatoriale, del prete e del mediatore familiare. Millantando suggerimenti, buoni consigli e letture a posteriori della trama disfunzionale della coppia. Il risultato di questa disamina amatoriale non è mai del tutto soddisfacente e non lenisce la sofferenza per la fine di un amore.Quasi mai, inoltre, si giunge a una verità condivisa, piuttosto a una realtà soggettiva. La verità del cuore non coincide con la verità dei fatti.

Il racconto dei fatti merita uno sguardo analitico, e non coincide mai con il vissuto e con le emozioni provate dalla coppia. Ognuno dei protagonisti di questo rapporto strappato racconta la realtà della loro storia d’amore in maniera soggettiva, pescando o ripescando tra le emozioni provate, la sofferenza postuma, il ricordo di quanto provato, il tutto intersecato con qualche goccia di amnesia funzionale che ammanta e protegge il ricordo degli eventi.
Entrambi i partner dicono la verità, ma ognuno a modo proprio.
Ricordano gli eventi e li rivivono durante la narrazione in maniera assolutamente soggettiva. In funzione dei propri meccanismi difesa, delle quote di sofferenza non elaborate, della speranza e del desiderio inconscio di far sbocciare nuovamente quell’amore.

La fine di un amore e il ruolo della rabbia

Quando un amore giunge al capolinea e quando nonostante gli impegni profusi la pazienza e la speranza di un futuro migliore non hanno dato i loro frutti, si abbassa il sipario e il sentimento dovrebbe spegnersi insieme alle luci.
La separazione, anche se voluta o subita, è sempre adombrata da istanze mortifere, perché una scelta ne seppellisce automaticamente un’altra.
Nonostante ciò, ogni fine rappresenta un nuovo inizio e può incarnare un reale momento creativo ed evolutivo per entrambi i protagonisti di quell’amore.
Durante una prima fase, il partner che ha subito la separazione o che ha dovuto velocizzarla e agirla per difendersi dall’eccesso di dolore, spera che questo gesto così lapidario e comunicativo rappresenti una sorta di doccia fredda per l’altro partner. Spera che lo faccia spaventare, riflettere o rinsavire, che attivi un cambiamento.

Un possibile cambiamento, però, non avviene all’improvviso e non avviene in autogestione, se non preceduto, accompagnato e attivato dal lavoro di un clinico che si faccia carico delle incomprensioni e delle conflittualità della coppia.
Comprendere le separazioni significa esplorare quella zona nella quale abitano i conflitti, il non detto, i tradimenti. I mille perché e i mille volti di un amore, molto al di là e molto di più della caccia al colpevole. Analizzare il processo separativo non significa addentrarsi nei meandri della verità individuale o giuridica, ma leggere la storia di quell’amore con uno sguardo analitico, non giudicante e relazionale. Oltre i fatti, oltre la ragione, oltre le parole dette.
Un tema ridondante in sede di consultazione è la ricerca del colpevole.
Colui o colei che ha causato la fine della relazione. Chi ha tramato in maniera sotterranea e misteriosa. Chi ha tradito. Chi ha sedotto e chi si è fatto sedurre.
La coppia in consultazione cerca di comprendere chi ha ragione dei due: chi soffre o chi causa la sofferenza? chi tradisce o chi viene tradito? chi va via di casa o chi resta?
Come se i partner avessero necessariamente bisogno di trovare il capro espiatorio per lenire la sofferenza provata.
La rabbia assume un ruolo decisivo nel prendere le distanze dalla sofferenza e dal partner; viene adoperata per odiare, e per non sentire la mancanza di colui (o colei) che un tempo era amore.

Testimonianza sulla fine di un amore

Gentile Dottoressa Randone,
mente leggevo il Suo articolo, mi sono venuti i brividi, mi sono ritrovata in ogni sua descrizione.
Il mio matrimonio era diventato una galera, forse come tutti i matrimoni aveva intrapreso la strada impervia della noia, delle abitudini e del non detto. La rabbia e le rappresaglie stupide erano diventate ormai la norma.
Mancavano i baci, come ho letto in un Suo altro articolo, l’intimità era diventata una noia mortale, un vero obbligo coniugale.
Avevo da poco compiuto 50 anni e, come può immaginare, ho avuto una crisi importante di mezz’età. Chi ero? Dove stato andando?
Con chi ero stata davvero? Avevo amato veramente? E, soprattutto, ero stata amata? Quanto mi rimaneva da vivere e con quale qualità? La paura della vecchiaia e della morte avevano fatto capolinea nella mia anima e la crisi, direi, conclamata! Avevo tre figli, meravigliosi ed educati che, a breve, sarebbero andati fuori dal nido.
Un marito, tutto sommato, ancora presente, anche se a modo suo.
Tiepidamente presente. Un lavoro da dipendente, che mi consentiva di essere autonoma ed in momenti di crisi di fare shopping compulsivo e compensatorio.
Non ero ancora da buttare via. Ma lo specchio mi rimandava uno sguardo spento, triste, ingrigito. Mi sentivo morta, già da tempo, anziana, forse, da sempre. Dopo ben tre anni di agonia, ho trovato il coraggio di lasciare mio marito, non per un altro uomo, ma per me stessa, solo per me.
Ed ecco il mio “secondo atto”, come lo chiama Lei, il mio “dopo”.
Ovviamente è stato atroce, dolorosissimo, ma avevo smesso di recitare un copione da brava moglie, come scrive Lei, “infelicemente sposata”. Da lì a breve, forse troppo breve, mio marito ha tirato fuori dal cilindro una compagna e, come da copione, era giovane, bella e single. Immagino che dentro il cilindro ci stesse già da un po’.
Questo, forse, avrebbe giustificato la sua noia, la sua assenza, la sua non cura.
Cara Dottoressa, può immaginare la mia sofferenza, lo strazio, l’inevitabile confronto con una rivale che non aspettava altro che io lo lasciassi a lei.
Ecco, questo è, come lo chiama Lei, il mio “terzo atto”.
Penso, e spero di farcela, di ricominciare da me.
Adesso sono in cura da due mesi circa da una dottoressa molto competente ed attenta, e spero che i primi risultati non tardino ad arrivare.
Grazie per la Sua ospitalità, avevo proprio bisogno di parlare con Lei e con chi mi leggerà.

Adele

Crisi di coppia: tra separazione e perseverazione

Crisi di coppia

 

La crisi di coppia caratterizza la vita di molte coppie, oggi infatti vivere in coppia non è un percorso facile e lineare. Coppie in crisi, coppie che smettono di amarsi e altre che si separano, rappresentano lo stato dell’arte della coppia di oggi. A volte la separazione diventa l’unica soluzione.

L’antropologo Alfred Gell sostiene che l’Amore si basa su un processo di esclusione degli estranei: è un doppio processo di scoperta reciproca ed esclusiva, unitamente alla creazione di uno spazio dove gli estranei vengono totalmente allontanati. Progetto nient’affatto dalla facile attuazione.

Lo stato dell’arte della coppia di oggi

In tempi di inquietudine, l’universo coppia si trova al centro di svariate crisi che si manifestano a più livelli: personale, lavorativo, sociale ed ovviamente intrinseco alla coppia stessa. Il legame d’amore non è caratterizzato soltanto dalla dimensione dell’appartenenza, ma da tantissimi altri elementi, propedeutici e parte del legame stesso, che fanno transitare quella relazione a una dimensione di longevità.
Alla creazione e soprattutto al mantenimento nel tempo della coppia, contribuiscono svariate dinamiche che remano a favore o contro il legame d’amore.
Dinamiche di potere, di dominanza e di sottomissione, di Eros e di dolcezza si alternano e intersecano trasformando quella coppia nella vera “alchimia di un incontro”.

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La coppia in cammino attraversa varie fasi topiche, spesso complesse e faticose.
Un giro di boa importante è il passaggio dall’innamoramento all’amore: il passaggio dalla dimensione sognante e ferormonica all’affettività e alla stabilità di coppia.
Se la coppia supera la fase dell’adattamento al mondo dell’altro, ha sicuramente delle chance in più per sopravvivere all’usura del tempo e alle inevitabili intemperie della vita.Durante il cammino di una coppia, i partner si trovano a percorrere strade impervie e in salita, come i cambiamenti psico fisici di ogni partner e la nascita dei figli, la gestione delle famiglie d’origine e i nuovi equilibri da creare e da riadattare in funzione delle varie fasi della vita, sino ad arrivare alla difficile gestione del denaro e del potere, il tutto supportato o minato dalla sessualità.Spesso uno dei due tende a essere il partner dominante, una sorta di maschio alfa della coppia; il territorio simbolico e psichico viene delineato e marcato – come fanno gli animali in natura – e il desiderio inconscio di lasciare la propria impronta sull’altro viene visto come un atto di prevaricazione e di colonizzazione del mondo dell’altro.

La coppia come sappiamo è molto di più della semplice somma dei due protagonisti del legame d’amore, è infatti l’incontro tra due passati, tra due inconsci e due immaginari, tra due sistemi educativi ed eventuali “doti affettive” ereditate dalle famiglie d’origine, tra due sguardi sul mondo e da tantissimo altro.
È bello immaginare che possa accadere a tutti di incontrare la classica mezza mela di Platonica memoria, l’incastro perfetto tra due metà, ma il cammino del vivere in coppia è arduo e complesso; talvolta fa supervisionato da uno specialista.

Molte coppie vanno incontro a crisi reiterate nel tempo e sembrano non possedere gli strumenti per leggersi dentro e per attivare un “cambiamento salva legame”.
Le verbalizzazioni tendono a essere ridondanti e ripetitive, lo stress emotivo correlato sempre uguale, se non crescente, i vicoli bui della comunicazione immobili e dolorosamente presenti.
Il destino sentimentale di ciascuno di noi affonda le sue radici nell’infanzia, dipende da infiniti fattori, uno dei quali è la “dote affettiva” che portiamo dentro la coppia.
Come siamo stati amati e accuditi, nutriti e adeguatamente protetti, supportati e  sostenuti o scarsamente amati e rinforzati in autostima e benessere psico-fisico.
Durante lo sviluppo psicosessuale dell’individuo, emergono quei bisogni primari che, se non soddisfatti nella relazione madre bambino, diventano d’ostacolo per una vita di coppia adulta e matura.
Quindi passato e presente, direi anche futuro, dipendono spesso da quei luoghi lontani: i luoghi  dell’infanzia.
Deliri di gelosia, si intersecano a quote di diffidenza e sospettosità e il mal d’amore rende il posto dell’Amore.

Quando un amore giunge a termine, le cause sono poliedriche e vanno ricercate nella storia unica di quella doppia, nel suo passato, nel suo presente e nelle sue aspettative di vita. Illusioni e disillusioni si alternano a un esame di realtà, spesso compromesso, che segnano il cammino di quella coppia.
Alle prime mareggiate matrimoniali, i partner fanno finta di niente, l’omertà diventa una strategia difensiva per lenire il dolore: non dicono a loro stessi che c’è qualcosa che non va nel loro legame e proseguono miopi e sofferenti.
Hanno paura del dolore, della possibile perdita e dell’abbandono e fanno di tutto per ricucire la coppia mentendo a loro stessi, glissando e promettendosi cambiamenti e miraggi di serenità.
Non è possibile omologare le coppie né i loro malanni, ma quando si tratta di coppie “recidive alla crisi”, forse un’analisi più approfondita andrebbe effettuata.

Mi capita di seguire partner collerici, irrisolti, che improntano la loro relazione sul desiderio malsano e inconscio di modificare l’altro.

Meccanismi arcaici e potenti muovono le fila di questi legami, uno dei due spesso tende a rivisitare legami d’infanzia – spesso rivede il padre o la madre nel partner – o vive la riedizione di copioni già vissuti. Immaginare di modificare l’altro è tra le illusioni d’amore più potente e più pericolosa, rappresenta infatti la strada vedo la compromissione del legame. Il partner che si sente oggetto, prima di cure e poi di critiche, in nome dell’Amore farà di tutto per assecondare il coniuge, ma poi, come un adolescente ribelle, vorrà ritrovare sé stesso, il suo vero sé, con gioie e dolori, defezioni e unicità, a costo di mettere a repentaglio la coppia-galera.

Perseverazione o separazione?

A volte il successo di una terapia di coppia, paradossalmente, è proprio la separazione; percorso doloroso, ma spesso indispensabile, che riconsegna i protagonisti di quell’amore sofferente alle loro vite.La libertà è faticosa e disorienta: è forse un triste ripiego dopo il fallimento del legame, spinge i partner ai limiti dell’irresponsabilità, ma rende le vite di entrambi   più autentiche.

Perché ci si lascia così male?

La fine di una storia d’amore è  spesso accompagnata da gesti lapidari e crudeli, che facciano passare il senso della “definitività della rottura”: senza ripensamenti, negoziazioni o cambi di rotta.
Quando uno dei due partner comprende che non c’è più niente da fare, mette in atto strategie di sabotaggio al legame, per non prolungare la sofferenza propria e dell’altro. Chi decide – o meglio agisce l’abbandono – parla di una vera e propria “chirurgia”; vengono adoperati termini come “tagliare, recidere, amputare”.
La terminologia chirurgica sembra bene interpretare il dolore dell’abbandono e della fine del rapporto, anche il “dopo separazione” viene rappresentato da termini come “convalescenza”, “anestesia”, il tempo che ci vuole per far “cicatrizzare le ferite”.
La medicalizzazione dell’amore dà il senso del male inevitabile che procura l’amore.
La fine di un amore passa sempre da rituali estremi, una sorta di gestualità che sancisce la fine: si buttano le foto, si restituiscono i regali, si cancellano le email; gestualità forti che sembrano volersi sostituire alla paura della ricaduta amorosa.
Non dobbiamo dimenticare che Medea cuoce i suoi figli per darli in pasto a Giasone, il padre, una metafora greca che da il senso dell’obbligatorietà del rituale estremo dell’abbandono.
La fine di un amore mostra il peggio degli esseri umani: l’altro mostra improvvisamente la sua inaspettata estraneità, gesti che offendono e disorientano.
Il lutto del “dopo” è un vero esercizio del distacco, l’altro non è morto, ma vive altrove e per di più senza di noi.

Un altro aspetto da non sottovalutare è l’aspetto ricattatorio dei ricordi

Basta un niente, una foto, un’emozione, una canzone e la ricaduta è dietro l’angolo, l’illusione d’amore torna prepotentemente a prendere il posto del dolore e i partner credono che in funzione di quanto provato, possono tornare a vivere ancora il legame reciso.
In questi casi diventa indispensabile un aiuto specialistico: luogo simbolico di analisi e di comprensione delle pieghe psichiche più profonde di entrambi i protagonisti di questo amore così sofferente, che possa aiutarli a capire se è più utile perseverare o separarsi.

Genitori fidanzati dopo la separazione, tra l’odio assicurato e la risorsa affettiva

Genitori fidanzati dopo la separazione

Dopo la separazione, anche la più atroce, può nascere un nuovo amore e insieme a lui il desiderio di fare famiglia. La famosa famiglia allargata: formata da un pezzetto di passato di ogni partner, da tanto amore e pazienza, è da un desiderio cocente di vita futura. Durante il cammino della ricostruzione il problema più grande diventano i figli, la gestione delle loro emozioni, il loro benessere, e gli ex coniugi.
Essere genitori è il mestiere più difficile al mondo. Essere genitori di un figlio altrui, figlio di un compagno, dopo una nuova unione, è ancora più faticoso. Da che mondo è mondo la fidanzata di papà è una vera strega (per volere essere educati!). Praticamente una poco di buono, perfettamente inadeguata per essere un genitore. Colei che, anche se non è direttamente correlata alla separazione, venendo “dopo” il partner ufficiale, dal punto di vista temporale, viene sempre vista con uno sguardo miope e colpevolizzante.
La reincarnazione della strega di Biancaneve, tutto, tranne che un genitore.
Sarà colei che lo renderà felice, sorridente, sereno, ma nell’immaginario collettivo non è la moglie e, soprattutto, non è la madre dei suoi figli. Quindi non è un genitore.
Il fidanzato di mamma, anche lui, un poco di buono, un lestofante, un approfittatore, un seduttore. Ma, di certo, non sarà mai candidato al ruolo da genitore, o da “surrogato-supporto” genitoriale. Le mamme dopo una separazione sembra proprio che, proprio perché mamme, debbano smettere di essere donne. Sembra che debbano appendere al chiodo la felicità, l’entusiasmo verso la vita, la sessualità e la condivisione di possibili, emozionanti, tramonti.
Il copione relazionale prevede (salvo rari e fortunati casi) che i figli debbano odiare il nuovo compagno di vita del genitore. Strega, megera, poco di buono, l’altro, l’altra, insomma, il partner successivo, sembra non poter mai essere all’altezza del precedente, proprio perché genitore.

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Dalla matrigna-patrigno alla famiglia allargata

Anticamente veniva chiamato “patrigno”, termine desueto che evocava soprattutto il “non amore e la non generatività” correlata al ruolo. Oggi si parla di “famiglie allargate” e di “nuovi genitori”. Le coppie di oggi non resistono alle mareggiate matrimoniali e all’usura del tempo. Spesso naufragano velocemente, talvolta prima che il bambino nasca e cresca tra le rassicuranti braccia di entrambi i genitori.
Capita spesso che bambini ancora molto piccoli si trovino a vivere con madri sole o con altri uomini che si accompagneranno alla loro madre, svolgendo un decisivo e complesso ruolo sostitutivo della figura paterna. Padri biologici latitanti, affiancati o addirittura totalmente sostituiti da nuovi compagni delle madri, che pur non avendoli concepiti, se ne occupano quotidianamente con grande amore.
I papà acquisti sono però degli “affetti ignorati”, a norma di legge inesistenti, spesso visti e vissuti come ingombranti e intrusivi, quasi il contro altare della figura paterna (o materna in caso di figure femminili). Il discorso è davvero molto complesso e dalle mille sfaccettature e letture. Un genitore felice e sereno rende felice e sereno un figlio. Il nuovo compagno del genitore non diventa – tranne in casi di assenza del genitore biologico – un surrogato, un vicario, una supplenza affettiva dell’altro genitore. Nessuno usurpa il ruolo di nessun altro. Il nuovo genitore può diventare una vera e propria risorsa affettiva. L’amore può essere donato in ogni circostanza, e non correla obbligatoriamente con lo stato di famiglia.

Durante una separazione, spesso destruenta, conflittuale, ambivalente e mai scevra da astio, acredine e sofferenza, i figli diventano una moneta di scambio per possibili rappresaglie coniugali, per cospicui alimenti, e per evitare che il coniuge possa amare ancora, soprattutto “altrove”. I coniugi si fanno gli sgambetti, si trafiggono, dimenticando del tutto che un tempo si erano anche amati e promessi amore eterno. L’amore può giungere alla fine, ma il loro ruolo di genitori mai. O per lo meno non dovrebbe mai accadere.  Molte coppie non riescono a custodire la dimensione della genitorialità, pur scindendola dalla coniugalità e i figli rappresentano il “sintomo offerto” di tanto disagio.

Volontà contro obbligatorietà. Amore contro dovere

Il rapporto con il padre biologico è un tipo di legame obbligato e obbligatorio, per l’appunto, biologico. Quello con il padre adottivo – o con il nuovo compagno della mamma – è un legame voluto, faticosamente costruito giorno dopo giorno e ricco di una carica emozionale importante. Sarebbe bello ma altrettanto utopistico, che il bambino potesse fruire, in perfetta armonia, di entrambe le figure genitoriali senza competizione e senza dover scegliere, decidere quindi di voler bene ad entrambe, nel rispetto della diversità dei ruoli.

Cosa fare. Cosa non fare

Ho tentato di fare un elenco che racchiude le domande che più mi vengono poste in sede di consultazione:

  • Fare maturare i tempi.
  • Non forzare i bambini, l’amore non deve essere obbligato, ma nasce spontaneamente e lentamente, con amorevoli cure e attenzioni al mondo dell’altro.
  • Gestire i conflitti; qualunque cosa accada va accuratamente analizzata, elaborata e superata.
  • Evitare di manipolare i bambini, evitare di includerli in liti, ricatti e vendette trasversali.
  • Evitare di fare paragoni, le due figure sono differenti e non vanno paragonate.
  • Non barattare l’amore con i doni, i favori, le ricariche del cellulare, i passaggi.
  • Chiarire al bambino che potrà amare tutti, senza scegliere e senza ferire nessuno.
  • Ragguagliarsi con il genitore biologico, se fosse possibile, in armonia e serenità.
  • Non contendersi il bambino, ne risentirebbe e ne soffrirebbe moltissimo.

Il modello tradizionale “madre-padre-figli biologici sotto lo stesso tetto” non è detto che sia garanzia di felicità. La nuova famiglia – la famigerata famiglia allargata – è sicuramente un porto di accoglienza. È un luogo simbolico dove poter risanare e risarcire le antiche ferire del cuore, di tutti i protagonisti di questi amori naufragati. Possono anche esserci figli equilibrati e sereni, anche se figli di amori estinti, abitanti di nuove “mura domestiche e del cuore”.

Testimonianza sui genitori e i nuovi genitori

Gentile Dottoressa,
La ringrazio per l’ospitalità e per avermi dato la possibilità di poter pubblicare la mia testimonianza nel suo meraviglioso sito. Sono una mamma separata e risposata, ma i sensi di colpa per i miei figli, adesso adolescenti, mi straziano il cuore. Sono ribelli, entrambi, vanno male a scuola, vanno guardati a vista, e appena possono, si mettono nei guai. Fumo, erba, compagnie sbagliate, donne sbagliate – sono due maschi – e cosi via. Vorrei proteggerli da tutto, e non faccio altro che coprire agli occhi del loro nuovo genitore – uomo dolcissimo che li ama come se fossero suoi, lui non ha figli – i loro disastri comportamentali.
Che fare? Vorrei che non sbagliassero, che rigassero dritto, che fossero sani e diligenti. E invece, è tutto un vero disastro.
Dimenticavo di scrivere che io sono stata adottata all’età di 7 anni e che, forse, non ho mai superato l’abbandono dei miei genitori naturali.
La fame d’amore che mi strazia ogni giorno, mi porta a stare malissimo.
Penso che forse non avrei dovuto lasciare il loro padre, ma, mi creda, era un mascalzone, solo tradimenti e mancanza di cure. Pensa che sia colpa del divorzio? Del mio nuovo marito? Forse non sono sereni per questo “nuovo genitore”?
Il padre, quello vero, si è trasferito in America e non ho più sue notizie.
So che siamo online e io, purtroppo, non sono di Catania e non posso raggiungerla a Roma, ma può darmi un consiglio?
Grazie di cuore.
Francesca.

Cara Francesca,
nessuno genera se non è generato.
La sua storia di vita è infarcita da quote di sofferenza importanti che non possono essere dipanate via email. Significherebbe togliere valore al suo vissuto e al suo sentire più profondo. Provi, se desidera, a consultare un mio collega della sua città, per rielaborare il suo vissuto e fare davvero pace con il suo passato, strettamente correlato al suo presente.
I ragazzini hanno bisogno di cadere e di rialzarsi, di sbucciarsi le ginocchia. Paolo Crepet sostiene che corriamo il rischio di far crescere figli con le ginocchia integre. Loro hanno bisogno di cadere dalla bicicletta oggi, di superare la fine di un amore o un lutto domani, e di rialzarsi sempre. Anche io, quando mia figlia è in difficoltà vorrei proteggerla. Spesso, devo fare un passo indietro e non aiutarla; per il suo bene. É veramente difficile, ma è giusto che sbagli da sola. E sempre da sola, con la supervisione di noi genitori, apprenda dagli sbagli. Non è proteggendoli dalla sofferenza che cresceranno. Bisogna insegnare loro ad attraversarla, con onestà, coraggio e strategie psichiche estremamente soggettive che, con il suo aiuto, impareranno ad affinare. Lei ha scelto l’amore, l’amore per sé stessa e per il suo nuovo compagno. Non pensi che sarebbe stato giusto barattarlo con la sua sofferenza per far felice i suoi figli.
I figli, anche se piccoli, sentono il non amore, l’astio, l’ambivalenza, non si colpevolizzi di nulla. Un bambino per crescere necessita di radici e ali. Se le radici sono ramificate e a più strati, credo sia un valore aggiunto alla sua esistenza.
Un caro augurio per tutto, e mi dia Sue notizie.

Di separazioni sono strapieni i tribunali. Oggi ci si innamora, ci si sposa, ci si separa e si ricomincia con una velocità davvero allarmante.
Una velocità che non tiene conto dei tempi della psiche e della coppia.
Un sessuologo clinico può aiutare la coppia separanda a fare chiarezza, al fine di una ricostruzione reale e longeva – ove ci fossero ancora gli estremi – o di una serena e civile separazione.

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