Ho immaginato di prestare la mia penna a Beatrice, nome di fantasia, mia paziente, che satura di tanta invisibilità decide di lasciare il marito.

Ti lascio perché sono stanca e perché mi voglio bene. Non è colpa sua, lui c’è perché non ci sei più tu. Sì, lo so, non è bello, non è ben vestito, ma mi guarda con gli occhi della meraviglia. È un illuso e parla ancora al vento e, soprattutto, parla ancora a me e di me.
Tu avevi smesso di farlo da tempo e quando tentavo di farlo io, eri così concreto e sfuggente da farmi sentire come te.
Lui è pazzo per amore e ama senza riserve. È un visionario. È un uomo che darebbe la sua vita per realizzare un sogno in cui crede. È uno dei pochi sopravvissuti che si ostina a tenere in vita un sogno, un progetto, una passione, a innaffiarli con cura.
Per te, invece, ero diventata scontata, invisibile, noiosa, monocorde. A furia di guardarmi con i tuoi occhi mi avevi fatto credere di essere veramente così: mostruosamente scontata.
Lui è un uomo che ancora si commuove, piange, vibra, lotta, crede nelle cose giuste e belle. E crede in me. Tu eri diventato di pietra, un muro liscio, impermeabile a tutto e mi avevi fatto credere che era giusto così, che il mondo è così, e che io sono sbagliata, esagerata, strana.
Il mio mondo interno non ti piaceva più, o forse non ti è mai piaciuto, quello esterno anche. Mi avevi consegnata alla solitidine più cocente. Mi sentivo bene e in compagnia quando ero da sola. La tua presenza inquinava il mio cuore.
Lui non ha paura di dire quello che pensa, di avere delle idee tutte sue – belle, brutte, variegate, colorate, nere, bizzarre, strampalate, vere -, indossa i suoi pensieri come se fossero abiti sartoriali e ne va fiero. Tu no. Eri diventato come tanti, come tutti. Non riconoscevi più il male, l’opaco, lo scintillio delle cose semplici e vere. Ti eri lentamente trasformato nella versione peggiore di te e avevi tirato fuori la versione peggiore di me.
L’ho capito tardi, ma l’ho capito. Prima l’ho sentito a lungo ma non ci credevo, non mi credevo, poi ho messo a fuoco tutto, tassello dopo tassello.
Tu eri sempre stato al primo posto nella mia vita, io no. I tuoi occhi si erano abituati a me, mi avevano consegnato all’invisibilità.
Le tue mani avevano smesso di cercarmi, e io avevo iniziato a credere di non avere un valore.
Mi sono sempre addossata tutte le colpe e mai alcun merito, e intanto il nostro matrimonio ha funzionato per le mie fatiche e i miei infiniti sì.
Ho sempre creduto di dover meritare le tue attenzioni, i tuoi sguardi, le tue cure – perché come diceva mia madre con il mio pessimo carattere avrei solo dovuto ringraziare il cielo di essere tua moglie – e nonostante ciò non ero mai abbastanza. Abbastanza bella, magra, simpatica, intelligente. Abbastanza.
Adesso sono io, semplicemente io. Mi manchi, ma non mi manco più io.
In realtà non mi manchi tu, ma come pensavo che fossi.

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