Acqua e sale o vaccino?

Non stiamo parlando, purtroppo, della bellissima e straziante canzone di Mina e Celentano, ma di un’attività piuttosto creativa e dalla dubbia moralità di un’infermiera.
La donna ha pensato bene di iniettare acqua e sale ai pazienti che probabilmente non avevano voglia di vaccinarsi, diventando colludente con la paura o incoscienza altrui.
Ricapitoliamo: il mondo si ammala, si ferma, diventa febbrile e infetto, arretra.
La pandemia travolge e stravolge tutto e tutti, spazza via tante vite e tante attività lavorative lasciando strascichi di morte e di incertezze.
I ragazzi vengono chiusi in casa e derubricati dalla loro vita emotiva e sociale. Gli amori diventano online. La paura regna sovrana. Amuchina e mascherina diventano le nostre compagne di sventura. Ogni altro essere umano viene guardato in cagnesco perché inquisito come possibile untore. La qualità di vita diventa pessima, l’aria irrespirabile, e non soltanto perché è la stessa aria delle nostre stesse narici.
Appare l’antidoto al veleno, ma nonostante ciò emergono nuove resistenze e nuove paure, rispettabili ma non mistificabili.
Ed ecco che appare uno scenario alternativo: una pantomima assurda.
Un’azione scenica muta, caratterizzata da una successione di gesti (assurdi) e di atteggiamenti al confine con il paradossale, in perfetta linea con le pantomime teatrali.
I protagonisti di questa scabrosa vicenda sono sprovvisti di coscienza: un’infermiera che avrebbe dovuto vendere l’anima alla scienza e non al diavolo e decidere di aiutare la società e le persone secondo scienza e coscienza, e i destinatari di acqua e sale che accettano questa non-soluzione salva Green Pass, credo e paure.
Fatta la legge trovato l’inganno, si dice quando si parla di norme e di regole, abbondantemente adoperata dai furbetti che decidono di eludere le regole, le tasse, il cartellino.
Pensavo però che in ambito sanitario, quando la vita dell’uno è strettamente correlata a quella dell’altro non fosse attuabile, anzi fosse decisamente irritabile.
Non è più possibile, al punto in cui siamo arrivati, parlare in prima persona; siamo obbligati, che ci piaccia o no, trasformare la parola io in noi.

Fonte: TG5

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