Chi ha conosciuto il buio lo sa. Niente ha sento. Niente ha sapore. Il buio occupa tutte le stanze della vita. Le emozioni sono ibernate o assenti. E il vuoto fa paura, più paura del dolore.
Alice (nome di fantasia) si sentiva così: al buio. Stava male da morire ma era immobile, praticamente esanime.
Alice è una mia paziente da circa tre anni. Mi consulta perché quando sta tanto male – un male che non conosce e che non sa tradurre in parole -, si taglia. Si fa del male, spegne le sigarette sulle sue braccia emaciate ed esili. Usa anche il coltello da cucina o una lametta pur di smettere di soffrire. Quel dolore impossibile da contenere e da attraversare fatto di buio e di vuoto si stempera quando il suo corpo inizia a sanguinare. Soltanto così si placa.
Alice studiava ingegneria, una scelta maschile che la tutelava dalla paura della sua femminilità. Voleva emulare il padre e diventare un ingegnere tutto lavoro e niente cuore.
In fondo, Alice, soffriva molto della mancanza del padre nella sua vita e di questo eccesso di lavoro che lo protrava lontana da casa e da lei.
Era una ragazzina taciturna e timida, era impossibile cercare di carpire qualcosa di lei, del suo cuore, delle sue emozioni e paure.
La sua condizione di solitudine e di studio estremo, pian piano, la stava consegnando alla più cupa e nera delle depressioni. Iniziava a trascurarsi fisicamente, a non accudirsi, a non volersi più bene. La sua stanza era diventata per lei una sorta di ricovero: le consentiva di smarrire il senso del tempo e della realtà. Fuori dalla casa era domenica, lunedì, sabato, dentro di lei c’era il nulla. Il vuoto. Il buio.
Mi diceva sempre di avere la sensazione di essere morta mentre il corpo era ancora in vita.
Adesso la vita di Alice è decisamente più piena. Siamo lentamente passate dall’aridità e dal vuoto al concimare il suo mondo interno senza che lei si sentisse minacciata. C’è ancora tanta strada da fare, ma siamo certi entrambe che questo percorso è quello più produttivo.
E le sue braccia stanno decisamente meglio.

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