Ho immaginato di prestare la mia penna a Giulia, nome di fantasia, in realtà una mia paziente, che ha un embrione surgelato che non può impiantare.

Caro embrione surgelato,
ti penso spesso e mi chiedo come stai, cosa provi, se provi qualcosa, cosa senti, se mi aspetti. Le domande che mi tormentano e che mi frullano in testa sono tante e si sono trasformate in spade appuntite che trafiggono il mio cuore e mi tolgono il respiro.
Per me, caro piccolo mio, sei vita e sei morte. Sei speranza e sei gelo. Sei attesa e sei un’impresa.
Penso spesso a come potresti diventare. Alla me in te. Al tuo papà in te. A te che sei lontano da noi, lontano da me, surgelato, in attesa di un nido caldo dove poter crescere e diventare bambino.
Penso a come diventerai, se avrai gli occhi azzurri di tua nonna Frida, il naso a patata di nonno Federico. L’impertinenza di tua zia, la dolcezza di tuo papà, e la mia perseveranza. Piccolo mio, pensarti al gelo, ibernato, immobile e in attesa mi strazia il cuore. Vorrei darti una casa, vorrei ospitarti nel mio utero caldo, ma come ben sai non funziona granché, almeno per adesso. Sembra essere diventato inospitale e ostile, e questo mi inchioda alle mie responsabilità nei tuoi confronti.
Penso a chi è venuto prima di te e non ce l’ha fatta e mi fa male il cuore.
Penso e ripenso a te e a me: e se non ci fossero le condizioni per estrarti da quel freddo e portarti altrove? e se la tua piccola vita non diventasse vita? Immaginarti condannato al gelo mi atterrisce. Che fine farai senza di me? senza il mio utero? Durante i momenti più bui temo che potresti non vedere mai la luce del sole e il cielo, non conoscere il mio ventre e le mie braccia; insomma la vita. Tu che sei vita e che sei attesa.
L’idea di non riaverti dentro di me mi atterrisce. Vorrei amarti senza dolore, vederti crescere, vedere la tua forma cambiare e diventare bambino.
Vivi nel freddo dell’inesprimibile e io mi sento ammanettata a un utero marcio, non ospitale, ostile.
Credo che la vittima peggiore sia quella che sceglie di crearne un’altra; e io, forse, ho fatto la stessa cosa con te. Per un mio eccesso di egoismo e perché non volevo rassegnarmi alla solitudine e alla non vita ti ho creato e adesso non posso tenerti a bordo. Di questo non mi perdono.
Caro piccolo embrione congelato, ti prego resisti. Aspettami. Non ti scordare di me. Ti auguro coraggio e pazienza. Testardaggine e perseverazione. Il mio ventre e la luce del sole.
La tua mamma.

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