Lettera a una donatrice di gameti

Ho immaginato di prestare la mia penna a Giulia, nome di fantasia, una donna infertile che scrive una ipotetica lettera mai recapitata alla sua donatrice di gameti (molte delle mie pazienti sono costrette a ricorrere alla fecondazione eterologa e il dialogo muto con le donatrici abita spesso le nostre sedute). Alcune non vengono comprese sino in fondo dai loro compagni o mariti, altre hanno paura soprattutto del dopo, e molte di loro mi hanno chiesto di tradurre in parole scritte i loro controversi vissuti emotivi.
Onorata e lieta di poterle accontentare.

Mi sono chiesta perché lo fai.
Per soldi? Per comprarti una borsa nuova, un cellulare di ultima generazione? Dovrei esserti grata e invece continuo a parlare con te che prima o poi sarai in me.
Con te che in fondo farai un figlio con mio marito. Si lo so, la gravidanza è mia e tutto quello che verrà sarà sempre mio e di mio marito, ma tu sei un’intrusa. Colei alla quale dovrei dire grazie, e in fondo lo faccio durante ogni istante delle mie giornate, colei senza la quale avrei dovuto dire addio alla maternità, ma ho tanti dubbi che mi attanagliano il cuore.
Continuo a immaginare il tuo viso che non sarà il mio, il tuo carattere che non sarà il mio, la tua andatura che sarà diversa da quella mia e continuo a pensare a questo figlio che verrà, che potrebbe non somigliarmi. Che potrebbe essere come te, che sei estranea e che sei altro da me.
Hai la metà dei miei anni, e a volte non me lo perdono.
Sai, non ho mica giocato? Ho studiato, ho cercato un lavoro, ho acquistato una casa con tanti sacrifici e incertezze, e ho aspettato l’uomo che amavo, colui che potesse essere un padre amorevole.
Ma cosa faccio? Mi giustifico con te che non sai nulla di me?
Tu non sai quante volte ho pianto, quante volte ho vomitato conati di rabbia e di dolore. Quante volte il mio mondo è andato in frantumi quando quel rivolo di sangue puntuale e mensile mi ricordava che non ero madre, nemmeno questa volta. Quante punture ho fatto, quanti soldi ho speso, quante volte sono stata sulla giostra nevrotica dell’attesa alternata alla straziante speranza, per poi schiantarmi alla solita ultima fermata: la delusione cocente.
Tu cosa ne sai? Ora arrivi tu e mi, ci, salvi la vita e il matrimonio.
Dovrei esserti grata, e invece non mi perdono e non ti perdono.
Ma soprattutto non ti capisco.
Non si tratta della donazione di sangue, di un rene, di un organo qualunque ma di una parte intima, simbolica che diventerà un bambino che non sarà più tuo.
Hai pensato al dopo? Al tuo, al suo (del bambino) e al mio dopo? Ti sei chiesta se te ne pentirai? Se ti farà male? Se quando avrai un bambino tuo penserai al mio e a quello delle altre che magari sono diventate madre grazie ai tuoi ovociti.
E se mio figlio avesse i tuoi occhi? Le tue labbra? il tuo carattere dolce o spigoloso? sei almeno un po’ in apprensione per la tua “donazione”?
Hai paura che io non sia una buona madre? che non lo sappia amare e accudire? ti sei posta delle domande su di me o non mi pensi nemmeno?
Io continuo a dialogare con te in attesa di avere il tuo dono dentro di me, ma non trovo nessuna spiegazione razionale per la tua donazione. Il mio è un dialogo muto pieno di domande e con poche risposte, ma il mio cuore ha bisogno di parlare con te per parlare con me. Adesso ti lascio e torno alla mia vita, e soprattutto spero di non parlarti più e di non immaginare mai più il tuo volto: scene che mi danno il tormento.
Sei coraggiosa e incosciente, e per questo ti dico grazie.

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