Ciao Ninetta

Era l’unico motivo plausibile che faceva rincasare mia madre dall’ospedale. Quando mio padre si ammalò gravemente e in maniera irreversibile di un tumore al cervello, Ninetta, la cagnolina di mia madre, rappresentava per lei l’unica ragione d’essere.
Era la molla emotiva che le faceva lasciare il letto d’ospedale e la faceva rincasare: per darle da mangiare, per darsi da mangiare, per una doccia al volo, per tornare poi di gran fretta da mio padre, suo compagno di vita di sempre.
Oggi Ninetta ci lascia, e insieme a lei un pezzo della nostra vita a quattro zampe. Importante, simbolico, legato a un periodo struggente ed emozionante della nostra vita. A volte vorrei tornare lì, a quegli attimi, anche ai più dolorosi ma di vita di mio padre, e mia accanto a lui.
Oggi lo cerco, e a volte lo trovo, anche dove non pensavo ci fosse o fosse mai stato. In un ricordo, in una spezia, in un’alba e nell’addio a un cane di famiglia.

Uno spezzone del mio ultimo libro:
“Un clandestino a bordo” Viola editrice

“Mio padre, con il solito sguardo dolcissimo e silente, reso ancora più intenso dall’imminente distacco, ci salutava e ci accarezzava, conscio che il dopo non sarebbe più stato uguale a prima. Quello sguardo fu così penetrante che Manuela scoppiò in un pianto sordo e muto, figlio della disperazione.
Un lieto evento, senza chiederci il permesso, stava per invadere la nostra casa: Ninetta, il chihuahua di mia mamma, dal temperamento tanto antipatico quanto aggressivo, stava per partorire. Aveva il pelo color miele e occhi scuri e penetranti, che utilizzava per estorcere cibo e carezze. Sembrava essere stata truccata da un visagista: una striscia nera le cerchiava gli occhi come una matita per il trucco ben appuntita, senza sbavature o imperfezioni. Aveva un modo di abbaiare impertinente e insistente, con una particolarità molto marcata: non si acquietava sino a quando non riusciva a ottenere quello che desiderava. Cibo, attenzioni, o entrambi.
Ninetta stava per diventare madre. Il lieto evento, in questo momento, mi sembrava un insulto per tutta la famiglia.
Il suo mettere al mondo una vita in un momento in cui la vita più importante di tutte era in pericolo, mi sembrava un oltraggio. “E adesso che facciamo?” borbottavo in cerca di una soluzione rapida.
“Non ne ho idea. Partorisce, se ha bisogno di aiuto cercheremo di esserci, e poi si vedrà a chi regalare i cuccioli quando sarà il momento adatto” replicava mia sorella con la sua solita buona dose di concretezza.
Nonostante il profondo amore per gli animali, che aveva
accompagnato tutta la mia vita, mi sentivo infastidita. La sensazione di dovermi occupare di lieti eventi più che di malattia mi sembrava una mancanza di rispetto nei confronti di mio padre e delle sue sofferenze.
“Non ci voleva proprio, adesso” proseguì mia mamma intrufolandosi nella discussione nel tentativo di distrarsi dalle sue preoccupazioni e di trovare conforto tra noi.
Ninetta, senza mio padre in casa, era diventata l’ombra di mia mamma, e mia mamma la sua. Sembravano indivisibili, soprattutto da quando la cagnolina era in dolce attesa. Nonostante fossimo state rapite da infinite preoccupazioni, da voli, spostamenti e dall’ansia cronica che faceva parte delle nostre vite, il suo comportamento atipico non era passato inosservato e ci aveva molto incuriosite.
La cagnolina era diventata improvvisamente affettuosa, bisognosa di compagnia e di cibo, quasi scodinzolante. Attitudini comportamentali che non le appartenevano. Solitamente era schiva, poco incline all’affettuosità, rabbiosa contro gli estranei, e anche inappetente perché viziata.
Un giorno, mentre mia madre rincasava dall’ospedale, si accorse che Ninetta aveva iniziato a covare una vecchia pantofola. La trattava come se fosse un figlio: con cura e immenso amore. La trascinava da una stanza all’altra premurandosi di non farle soffrire la solitudine. Le dormiva a fianco e la metteva accanto ai suoi seni, simulando l’allattamento.
“Ninetta avrà nuovamente una gravidanza isterica” sentenziava mia madre rivolgendosi infastidita a mia sorella, credendo che stesse simulando una gravidanza mancata ma molto desiderata.
Era già successo altre volte nella vita della cagnolina: l’anno precedente, a settembre e in primavera. Eravamo più che certe che, dato il pessimo carattere, avrebbe potuto vivere soltanto una gravidanza isterica, nessun potenziale corteggiatore le si sarebbe avvicinato.
Ma la nostra Ninetta faceva parte della famiglia e le volevamo bene così com’era, con le sue nevrosi, la sua paura dell’abbandono, l’ansia da separazione e tutte le paturnie che la caratterizzavano.
La sua intemperanza, che ricordava più un disturbo del comportamento che una sorta di vivacità eccessiva, era diventata per mia madre un antidepressivo. Era buffa, rabbiosa, faceva da ronda al giardino difendendolo da tutto: insetti, gatti, uccelli, postino, attrezzi da giardinaggio, nuvole, foglie mosse dal vento, vicini, passanti, ombre. Inclusa la sua.
Aveva sempre un gran da fare che condivideva con chi si occupava di lei: mia mamma.
Il suo ventre aumentava a vista d’occhio, era chiaramente incinta. I cuccioli si muovevano e riuscivamo a intravedere le teste, che sembravano essere ben quattro. Il suo corpo ricordava una piccola mongolfiera: tonda, con le zampette corte e buffe.
Il veterinario ci diede conferma della gravidanza – reale, non isterica – e ci comunicò la possibile data del parto, lo stesso giorno della risonanza magnetica di mio padre.
Era ottobre e faceva ancora molto caldo. L’aria era irrespirabile, densa, intrisa di umidità e preoccupazione. Mio padre, da lì a breve, avrebbe fatto la sua risonanza e Ninetta avrebbe dato alla luce i suoi cuccioli.
“Vieni, Ninetta ha iniziato il travaglio, è nervosa, ha già smesso di mangiare e sta sistemando la sua cuccia” urlò mia madre, riagganciando il telefono subito dopo e facendomi piombare nella preoccupazione.
“Anche Ninetta, proprio adesso. Non so se riesco a venire, sono al policlinico, e speravo di aspettare qualche anima buona disposta ad anticiparmi il referto” le scrissi su WhatsApp.
La doppia spunta divenne subito blu mentre arrivava una foto la cui intensità mi lasciò senza parole.
Ninetta, noncurante di quello che le stava intorno e altrove, obbediva all’istinto e dava alla luce i suoi cuccioli. La foto conteneva una zampetta piccolissima e rosa che si intravedeva dalla placenta: era la vita.
In direzione ostinata e contraria ai miei malumori, Ninetta partoriva il primo cucciolo dei quattro, nati nelle ore successive. Erano tre femmine e un solo maschio, talmente minuto che temevamo che non sarebbe sopravvissuto. Ero riuscita a raggiungere mia mamma per darle supporto, ma non volevo empatizzare con la cagnetta perché la reputavo colpevole di egocentrismo.
“In un momento di crisi familiare non puoi fare la scappatella con il cane del vicino, non credi?” le ripetevo ogni volta che la vedevo.
Mi sentivo prigioniera delle mie paure e non riuscivo a sintonizzarmi con il suo essere madre. Le mie attenzioni si erano traferite altrove: in ospedale, da mio padre, sofferente e solo.
Quando arrivai da mia mamma e la vidi acciambellata con i suoi piccoli, affettuosa e grata come non lo era mai stata, scoppiai a piangere.
Le lacrime erano dirompenti come un fiume in piena, un misto di commozione e stress.
Noi respiravamo abbandono e i cuccioli odore di latte. Questa asimmetria ci faceva compagnia e scaldava i nostri cuori”.

Valeria Randone

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