Nel mare dell’inesprimibile, ognuno di noi ha o ha avuto il cuore al buio. Ha sofferto o soffre di una ferita maligna, ben diversa dalla ferita fertile.
Ci sono ferite che diventano feritoie, sottopassaggi segreti, tunnel che portano alla luce o a sé stessi, e altre che sono ferite maligne, putride, occulte. E tali rimangono a lungo.
In quei luoghi, il paziente inizia a star male, apparentemente senza motivo. Vive intrappolato in un corteo di sintomi che con il tempo, se ignorati o trattati semplicemente da sintomi e non da parole mute, si arricchiscono di nuove armi e di una ritrovata potenza devastante. L’angoscia, per esempio, è quella morsa che scolla dalla vita rendendola non-vita, pura sopravvivenza.
Mi piace immaginarla come la marea africana, che segue le fasi lunari, che inonda ogni cosa e poi si ritrae regalando l’illusoria sensazione di essere sparita.
Nel tempo però se non viene analizzata, attraversata, tradotta in parole e gesti, curata e risolta si arricchisce di armi nuove, decisamente più potenti di quelle precedenti. Sintomi nuovi, apparentemente diversi e disgiunti dai precedenti. Altri ancora. Nuovi di zecca. Inediti. Tutti al servizio della ferita maligna.
Così l’insonnia diventa insonnia più prurito psicosomatico, il prurito psicosomatico diventa cefalea più insonnia più cefalea più attacco di panico, sino a trasformarsi in una lunga lista di sintomi, interminabile e inconsolabile.
Sintomi schierati, in fila come soldati.
Ma se guardiamo oltre e altrove troviamo un corpo esanime, scompaginato dai duri colpi della ferita maligna, che esige ascolto, affetto e rispetto. E un cuore stanco, addolorato, che batte male o non batte più perché vive sotto l’egemonia dell’impenetrabile, l’inespugnabile, l’innominabile, l’assurdo. La ferita maligna.
Guarire è possibile e anche auspicabile.
Il paziente in trappola deve concedersi l’orrendo privilegio di descrivere i sintomi, di guardarli dritti negli occhi, di descrivere quelle immagini terrificanti o quei dolori abominevoli e sconosciuti ai più. Deve urlare e chiedere aiuto!
Soltanto così può abbandonare la coltre di nebbia in cui vive e inizia a intravedere la luce.
La mente e il cuore sgombri dalle ferite maligne, leggeri e grati, si avventurano in pensieri riposanti e lieti, in attività mentali che non pensavamo nemmeno ci potessero essere, in battiti nuovi, in parentesi di svago un tempo considerate proibite.
È la vita che ritorna.

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