In questa domenica di ordinario mal tempo, rifletto sul padre. Quando manca il padre in una famiglia manca tutto. Specifico meglio: quando un padre è fisicamente presente ma svestito del suo ruolo autorevole, educativo e contenitivo, la famiglia va a rotoli.
Cerco di spiegarmi ancora meglio. Una coppia genitoriale formata da una donna-madre autorevole con funzioni vicarianti patente e un uomo-padre sprovvisto di funzioni paterne – perché non le ha ricevute in dote, perché è troppo buono, perché si spaventa del carico emotivo ruolo-correlato, perché semplicemente si disinteressa. Le combinazioni sono varie ed eventuali! -, la sciagura relazionale è assicurata.
Il padre buono, amico e complice diventa amico del figlio, prima bambino, poi adolescente turbolento e poi ancora adulto confuso, e lo aizza contro le regole materne. Il figlio si allea con il genitore che non dice mai no e si schianta con violenza contro quello autorevole, talvolta autoritario per necessità, dell’altro genitore.
La coppia entra ufficialmente in crisi e il figlio si confonde ancor di più, sperimentando sulla sua pelle sensi di colpa e di inadeguatezza.
La donna-madre precipita nello sconforto più totale: tocca con mano vette di rabbia e abissi di solitudine.
Gli esempi delle triangolazioni in seno a una famiglia disfunzionale sono tanti.
Un no che diventa un si. Un ni incerto, confuso e confondente che diventa un si. La mancanza di regole, ruoli e chiarezza nel sentire e nel fare che genera mancanza di chiarezza nel sentire e nel fare nel figlio. Un genitore che non va d’accordo con l’altro e manipola affettivamente il figlio per rinforzare il suo ruolo. Concessioni strategiche e inadeguate, concessioni eccessive, regole inesistenti.
Il genitore buono si allea con il figlio a scapito del genitore autorevole.
Un’altra aggravante è l’inversione dei ruoli genitoriali: padre infantile e figlio adulto.
Ho perso mio padre da adulta, ma lui è rimasto per me e dentro di me un oggetto interno. Quando penso agli oggetti interni e al funzionamento della psiche mi viene in mente la psicoanalisi che mi ha accompagnata durante la mia lunghissima formazione personale e professionale.
Quando studiavo psicoanalisi mi affascinavano, e mi affascinano ancora, i lavori di Melanie Klein sul seno buono e seno cattivo, e il funzionamento psichico del neonato. Le famose terre dell’infanzia, dove tutto ha inizio.
Il neonato, secondo la psicanalista, non è da considerarsi immerso in uno stato di esclusiva beatitudine, ma in balia di emozioni angoscianti e contrastanti.
Questo guazzabuglio emotivo da vita a un’angoscia detta di frammentazione e annichilimento perché sperimenta delle sensazioni intense e inspiegabili che gli fanno una gran paura e che non sa gestire, come la fame. Un’esperienza per lui misteriosa, struggente e intensa.
Il neonato si placa quando si ricongiunge con il seno che lo nutre e lo rassicura, ma, unitamente a questi sentimenti, prova anche invidia, rabbia e sentimenti distruttivi.
La madre che tiene in utero, che contiene, che da alla luce, che allatta e che nutre ha bisogno del padre. Colui che, come dice Galimberti, tiene in braccio la madre affinché possa tenere in braccio il suo bambino.
Quel bambino nato prima nel cuore, poi in utero e poi in cammino verso la dimensione adulta della sua stessa vita non può e non deve essere un bambino orfano di genitori vivi.

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