La solitudine di una RSA

Le vostre storie, le mie parole. Spezzone di una consulenza, tra senso di colpa e necessità.

Mi chiamo Nina,
sono stata una moglie, una madre e anche una nonna. Adesso non sono più una moglie, non mi sento una madre e tantomeno una nonna.
Il ruolo che mi manca di più è quello di madre e di nonna.
Mio marito è venuto a mancare quando io ero ancora molto giovane, e nonostante lo avessi amato moltissimo, ho imparato mio malgrado a dover fare i conti con la solitudine del cuore. Sono andata avanti lavorando senza sosta, mi sono spaccata la schiena per mantenere i miei quattro meravigliosi figli, e ci sono riuscita. Due lauree, quattro lavori ben remunerati, e quattro matrimoni.
Li ho portati all’altare, e loro hanno portato all’altare me come se fossi il loro padre. Un’emozione incredibile.
Quattro matrimoni e quattro anni dopo mi sono ammalata.
Adesso sono diventata vecchia e sono un peso enorme per loro e per me stessa.
Deambulo male, zoppico e spesso cado. Mi rendo perfettamente conto che non posso gravare su di loro che adesso hanno una loro famiglia a cui pensare e io non voglio pesare su nessuno.
Non sono più in grado di tenere i miei nipoti quando i miei figli hanno bisogno di me. I bambini sono ancora piccoli per poter pensare a una nonna anziana che non serve più assolutamente a nulla.
Ci siamo messi d’accordo e abbiamo deciso, più io che loro, di trasferire questo corpo inutile in una RSA.
Il mio corpo inutile abita qui, ma il mio cuore pulsante è rimasto in casa.
È rimasto ad aspettare i miei nipoti che con il loro scampanellìo vivace e frettoloso mi anticipavano le loro braccia.
Il mio cuore pulsante è rimasto davanti ai fornelli a preparare manicaretti profumati per i miei figli adolescenti che rincasavano da scuola affamati e affettuosi.
Il mio cuore pulsante è rimasto seduto sulla poltrona a sferruzzare sciarpe per i miei amati nipoti che diventano abbraccio di nonna per l’inverno che verrà.
Il mio cuore pulsante è rimasto nei campi, nel mio giardino, a piantare pomodori e melanzane, ad aspettare che crescano per trasformarle in conserve.
Adesso sono qui, consapevole del fatto che il mio essere qui è la cosa più giusta da fare, ma mi manca tutto. Mi manca la donna che sono stata, la madre che sono stata, la nonna che sarei potuta essere.
Nella sfortuna sono fortunata perché conservo la memoria, così ogni tanto passaggio senza gambe nei suoi giardini. Accarezzo con il ricordo i miei figli in fasce e i miei nipoti in grembo, i miei figli a scuola e i miei nipoti in fasce.
Ripasso i primi denti, le coliche, il primo giorno di scuola di tutti e quattro, le mie notti insonni per i loro tardivi rientri serali del sabato sera. Sono qui e vorrei ancora essere lì.
Certo, sono una donna fortunata, i miei figli e i miei nipoti, a turno, mi vengono a trovare ogni domenica e mi porto anche dei dolci.
Ma queste visite così stentate, striminzite e obbligatorie mi lasciano un retrogusto amaro e mi consegnano alla solitudine più profonda.

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