Le ferite simili

Ero indecisa se intitolare questa riflessione: “le ferite simili oppure tra feriti simili”. Da una prima lettura sembrerebbe non cambiare niente, ma in realtà chi cura sa bene che tra simili ci si riconosce.
Si può avere una ferita d’infanzia simile. Un abbandono comune.
Una personalità borderline o altri buchi neri della psiche più o meno rammendati o ancora strappati.
Noi però non siamo la nostra malattia, mai. Non siamo il nostro mal di pancia, non siamo la nostra ansia, la nostra nevrosi, la nostra depressione o disfunzione sessuale, non siamo il nostro matrimonio sbagliato, anche se il rischio di diventare la nostra malattia è sempre dietro l’angolo, soprattutto durante i periodi meno luminosi.
I pazienti che soffrono di disfunzioni sessuali, soprattutto gli uomini, non hanno il deficit erettivo ma sono il loro deficit erettivo, quindi sono e si sentono “impotenti”. Accade una profonda identificazione con la loro problematica: non hanno una disfunzione ma sono la loro disfunzione, sposandola per intero.
I feriti simili sono coloro che hanno avuto lo stesso male ma che, in modo diverso, lo hanno affrontato, attraversato, sfidato a duello e lo hanno battuto rendendolo risorsa.
Un paziente proprio ieri mi ha detto che leggendo i miei scritti si sente compreso, che si ritrova nelle mie parole malinconiche e profonde, e che se fossi stata una sorta di counselor-motivatore, di quelli che vanno per la maggiore di questi tempi, che postano a raffica aforismi e frasi fatte (o frasi altrui fatte proprie) che ricordano più una minaccia che un suggerimento, non sarebbe mai venuto in studio nemmeno una volta.
Credo di aver ricevuto un bellissimo complimenti.
Scrivere, scrivere tanto e sempre, è un’attività che si nutre di pazienza e di emozioni. Che va fatta sedimentare dentro la penna e il cuore di chi scrive. Che prevede la clinica (quando si scrive di psiche, di sessualità e di coppie. Che obbliga a limare e levigare le frasi, a renderle fluide e armoniose, mai pompose. E che non può mai essere scorporata dalla clinica o dalla persona che scrive.
Scrivere in modo asettico e tremendamente scientifico comprende parole in fila indiana che si schiantano contro la prima disattenzione, contro un cuore inaridito o punito dalla vita o contro il primo muro culturale: non rimane niente e non cura niente e nessuno.
(Questo però l’ho capito soltanto nel tempo).
Freud diceva più o meno così: il clinico più bravo e quello che cura la malattia di cui ha sofferto.

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