A Kiev c’è un piccolo nido dove hanno trovato riparo circa trenta neonati, venuti al mondo grazie o per colpa della maternità surrogata.
In questo momento, questi bambini, sono figli di nessuno. Sono neonati sospesi, con un passato incerto, a termine, scisso da quello che sarà il loro futuro, un presente rabberciato e un futuro ignoto. La vita intra uterina di questi bambini, quindi il loro passato, si è svolto in un utero altro e a termine, che non dimora nella madre che li crescerà.
(Come se un utero potesse mai essere scisso dal ventre e dal cuore di una madre).
Adesso, questi pulcini, non sono più nel grembo della madre surrogata, commissionata per metterli al mondo, e non sono ancora figli dei genitori biologici perché la guerra ha sospeso tutto e ha spazzato via ogni certezza. (Come se essere genitori dipendesse soltanto da un gamete).
La tragedia nella tragedia.
Bambini che non hanno chiesto di venire al mondo, che sono stati commissionati come si fa con con un regalo costoso. Frutto di un puzzle di gameti del tutto scorporato dalla persona e anche dall’utero che li avrebbe dovuti tenere in grembo. Bambini che nascono con uno strappo più che un parto, con una drammatica dote chiamata paura dell’abbandono e, in fondo, abbandono.
Bambini che hanno già, sin dai loro primi giorni di vita, delle origini incerte e frammentate e nessuna relazione stabile e nutriente che mi accolga.
I genitori biologici non possono andare a ritirarli a causa della guerra, così questi neonati sono rimasti rinchiusi in un nido ben nascosto in attesa di braccia amorevoli e definitive.
Neonati sospesi, cullati dal personale che lavora in questa struttura, nutriti a turno un po’ da un’infermiera un po’ da una volontaria. Senza soluzione di continuità e di integrità di braccia e di cuore.
Tra una sirena, un bombardamento, un biberon e nessuna madre, questi bambini crescono.

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