Non chiamiamolo amore, chiamatelo assassinio

Ancora omicidi. Ancora efferati delitti confusi per amore passionale. Ancora una volta la parola amore viene coniugata con la parola raptus, follia, perdita di controllo, delitto passionale. Ancora una volta una ragazza è stata uccisa a sangue freddo dal suo fidanzato. Questa volta è successo a Catania, nella mia bellissima Acitrezza, in riva al mare. Vanessa Zappalà, di appena 26 anni – ma se ne avesse avuti trenta, quanta, sessanta non sarebbe cambiato nulla-, è stata uccisa a bruciapelo da quello che sino a un secondo prima dichiarava d’amarla: il suo fidanzato.
Poi, l’omicida, ha ben pensato di impiccarsi, così per pareggiare i conti. Ma questa morte non restituisce magicamente Vanessa alla vita e ai suoi genitori.
Sembra una deriva inarrestabile, cambia la latitudine ma non cambiano le dinamiche. Non esistono leggi, minacce, prevenzione alcuna; nulla sembra essere in grado di arginare questo dilagare di morti al femminile.
Una donna che è stata innamorata, che forse lo è ancora, magari in bilico tra il passato e il futuro, non pensa nemmeno per un istante che quell’uomo, il suo uomo, l’uomo che dichiarava (o millantava) amore e protezione, a un certo punto decide di ucciderla.
Litigano, contrattano, si allontanano per poi riavvicinarsi più di prima, promesse (non mantenute) di cambiamenti repentini, di nuovi e più funzionali equilibri. E poi, quando lei decide di credergli ancora, di dargli una nuova opportunità, il modus operandi è tristemente sempre lo stesso. Uno spintone, un insulto, uno schiaffo seguito da “scusa, amore, non volevo. Non posso vivere senza di te!”, sino al tragico epilogo: l’uccisione della donna.
Quell’ultimo appuntamento, quell’ultimo incontro, quel lumicino chiamato speranza e rispetto per quello che c’è stato diventa l’incontro con la morte.
Un uomo non diventa violento all’improvviso. Non diventa folle per incanto. Non viene colto da quel presunto quanto inesistente raptus omicida che tutto giustifica.
La sua mente non si obnubila così in un istante. L’ultimo atto viene preceduto da tutta una serie di segni prodromici che, come i sassolini di Pollicino, segnano pedissequamente le orme che quell’uomo seguirà.
Quell’incontro utopico diventa un luogo distopico: l’incontro con la morte.

Fonte: La Stampa

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