Femminicidio. Quando il dolore si fa silenzio, una donna muore

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Quando il dolore si fa silenzio, una donna smette di vivere.

“La violenza è un sintomo di impotenza”.
Anais Nin

Un’estate candidata al premio stagionale per le donne morte, sfregiate con l’acido, uccise e portate sul sedile dell’auto come un trofeo di caccia, ed ancora, mogli anziane uccise per poi togliersi la vita.
Il momento storico in cui viviamo diventa sempre più drammatico, una deriva del buon senso, del buon gusto, e dei freni inibitori.
Ogni tanto però, dopo tanti sconti di pena, attenuanti e killer a piede libero, il dolore si fa silenzio, una donna muore e parla la giustizia.
Unica nota di merito per quest’estate infuocata è stata l’assegnazione dell’ergastolo per l’assassino di Sarà Di Pietrantonio: Vincenzo Paduano.
Finalmente la giustizia trionfa senza se e senza ma e, soprattutto, senza nessuno sconto della pena.
Non sappiamo bene perché si dovrebbe scontare una pena e perché.
Alla madre non è stato fatto nessuno sconto, e nemmeno alla sua bambina.
Sono morte entrambe.

Il dolore di una madre

Un genitore sa che l’adolescenza è un’eta difficile, che gli umori cambiano repentinamente, così come gli amori.
Una madre che osserva con discrezione – perché lei, la figlia, solitamente, non permette altro – vorrebbe dirle tutto sulla vita, sulle amiche, sugli uomini, su quel fidanzato geloso e dannatamente possessivo e morboso.
Ma lei lo confonde per amore.
Quando, tutto d’un tratto, una figlia non rientra più a casa.
Quel livido celato ad un genitore preoccupato, per paura di essere giudicata o punita, diventa una, due, cinquanta coltellate, efferate, drammatiche, letali.
Non esiste un termine per descrivere un genitore che perde un figlio.
Un coniuge che perde il compagno di vita, viene detto vedovo.
Un figlio che perde un genitore, orfano.
Una madre che perde una figlia, muore insieme a Lei.
Per sempre.
Una madre non può sopravvivere ad una figlia, e non può essere condannata all’ergastolo del suo dolore.
Straziante.
Atroce.
Disumano.

L’incantatore di serpenti e le donne

Il carnefice

Ipnotico come un incantatore di serpenti, un amore letale conduce direttamente alla morte.
È solo questione di tempo, di traiettorie e di soste, ma la meta è la morte della donna, presumibilmente amata.
Lividi, maltrattamenti fisici e psichici.
Percosse alternate a carezze e seduzioni.
Il carnefice accarezza la sua vittima per rubarle prima l’anima, e dopo la vita.
Il tutto in una pericolosissima danza tra carnefice e vittima che sfocia sempre in drammatiche – e propedeutiche alla morte – manipolazioni psichiche.

La vittima

Esiste un carnefice perché c’è la sua vittima, e viceversa.
L’uno non esisterebbe senza l’altro.
Si riconoscono tra mille anime – in psicologia si chiama collusione – si trovano, si incastrano nel dolore e nelle dinamiche di dominazione e sottomissione.
Molte donne – decisamente troppe – vivono in un clima emozionale di sottomissione psichica, tra botte, ricatti e compromessi dell’esistenza.
Il tutto viene confuso per normalità.
Per amore.
Il loro sguardo basso sul mondo e sul loro amore malato, diventerà, prima o poi, un enorme ed indelebile livido su anima e corpo.
I segnali ci sono tutti, e sono tutti abbondantemente visibili.
Sms insistenti.
Tanti, forse troppi, confusi per un eccesso di attenzione, per cura, per passione, e per sana gelosia.
Appostamenti.
Inseguimenti, ricatti e rimorsi.
Un primo spintone, un secondo, intervallati da scenate di gelosia, chat notturne, promesse d’amore eterno.
Eccessi di ogni genere.
La colonnina della passione e della follia, virano verso l’alto, così come i livelli di pericolosità di questo amore malato.
Queste donne, vittime del loro stesso amore, sono totalmente incapaci di provare rabbia e ribellione, elementi centrali e determinanti per mantenere la giusta distanza dal mondo dell’altro, e non smarrire in lucidità.
Sono donne che non sono state amate e sufficienza, donne dilaniate da voragini affettive, ataviche e sanguinolente.
E che esistono solo se amate.
Queste donne soffrono di dipendenza “affettiva”, una pericolosa droga d’amore che le rende incapaci di odiare e di ribellarsi ai loro carnefici, diventando così, possibili protagoniste del femminicidio e dello stalking.

I no, servono a salvarsi la vita

Dire no.
Ribellarsi, odiare, denunciare, e proteggere la propria incolumità e dignità, è il primo passo verso la salvezza.
Purtroppo queste donne, così fragili e spaventate, vivono nell’assoluta incapacità di dire “NO”.
Temono di perdere il loro amore, malsano ma amore, di venire abbandonate, minacciate, e ricattate.
Queste donne, mosse da un’impetuosa fame d’amore, instaurano a loro volta legami problematici, senza quelle indispensabili quote di egoismo, autonomia ed indipendenza che le metteranno a riparo dai guai.
Sono donne che non sanno amare, soprattutto loro stesse, e che mettono sempre al centro del loro equilibrio psichico il legame con il partner; centralità che le ammanetta alla sottomissione, alla sofferenza, all’abuso ed al sopruso.
Un amore malato e, soprattutto, patologico, è un amore malsano, tossico, che contiene sin da subito tutti i segnali di disagio e di pericolosità.
Telefonate persecutorie, aggressioni verbali e fisiche, eccessi e manipolazioni, sentimenti di vuoto e di necessità, che nulla hanno a che fare con il sentimento nobile dell’Amore.
Tutto questo e molto altro, dovrebbe far scattare una sorta di allarme interno, di semaforo rosso, ed invece le donne che soffrono di dipendenza d’amore, invischiate nelle maglie di questi legami, non se ne rendono conto, difendono il loro legame con le unghie e con i denti, e si sentono addirittura lusingate da questi modus operandi falsamente amorevoli.

Un monito alle adolescenti

Care Ragazze,
questo non è amore.
La gelosia, il possesso, il raptus omicida – che in clinica non esiste -, quello che si vede nei film, che obnubila la coscienza e rende ciechi e folli, non é amore.
Anche i messaggi persecutori, minacciosi e di cattivo gusto sono violenza, e sono una pericolosissima cronaca di una morte annunciata.
Quindi: denunciate e parlatene con i genitori.
Sempre.
L’amore é un’altra cosa.

By | 2017-10-31T16:34:56+00:00 31 ottobre, 2017|Categories: Psicologia|Tags: , , |

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