Abbiamo ancora bisogno di dating per amare?

Dating per amare

La pandemia ha trasferito la seduzione e il corteggiamento dentro un cellulare, consegnando gli amori alle braccia virtuali di Tinder, Facebook, Instagram e a tanti altri siti e app dedicati all’amore.
L’amore al tempo delle app non ha nulla a che vedere con l’Amore al tempo del colera, intriso di passione, strazio e romanticheria.
“I sintomi dell’amore sono gli stessi del colera”, scriveva García Márquez, e aveva ragione. Oggi, al tempo delle app, i naviganti invece di “ammalarsi” del tutto e concedersi del tutto, ai primi sintomi di innamoramento cambiano social e ricominciano altrove a fare finta di amare o a non amare del tutto.
Gli amori che nascono, crescono e a volte muoiono dentro le app, senza nemmeno vedere la luce del sole, sono amori mossi dalla bulimia del vivere, ben nutriti da una quantità importante di notifiche e di messaggi piuttosto che essere arricchiti dal reale incontro con l’altro. I frequentatori abituali di siti per incontri conoscono bene gli altri frequentatori, fiutano i narcisisti  e i manipolatori, e riconoscerebbero una preda ammalata di dipendenza affettiva tra mille altre donne.
Durante la pandemia, le app di dating hanno raggiunto cifre da capogiro, cifre record in Italia e nel mondo, sino a sfiorare i tre miliardi al giorno di Tinder.
(Tinder è stato il primo ad aggiungere la spunta che attestasse la vaccinazione avvenuta).

Questi dati mi fanno tornare in mente Freud con il suo intramontabile Eros e Thanatos, rispettivamente istinto di vita e di morte, mai stati così tanto attuali come al tempo del Covid.
Perché è proprio vero che la paura della morte si combatte con l’amore.

Una ragnatela di dilemmi

Le app hanno rappresentato, forse lo rappresentano ancora, una sorta di parco giochi dell’affettività e della sessualità senza censura o “senza cerniera”.
Si scarica l’app, si mette una foto che rappresenti al meglio la propria fisicità, si compila un curriculum vitae amatoriale nel quale si comunicano, più o meno fedelmente o più o meno falsamente, le proprie caratteristiche fisiche e psichiche. E il gioco è fatto: si aprono le danze agli amorosi sensi.
Patti chiari e amicizia lunga però: un vegano non può certo pensare di andare a cena con un onnivoro, un fumatore non può pensare di andare a passeggiare in montagna con un’arrampicatrice seriale.
Chi ama gli animali non può credere di iniziare una relazione con chi è allergico al pelo del gatto o alla bava del cane. La stessa incompatibilità di algoritmo e di cuore ci sarà tra un sapiosexual e un palestrato. E adesso tra un vaccinato provvisto di Green pass e un no vax.
Questa sorta di curriculum vitae garantisce di centrare il bersaglio, di non far perdere troppo tempo in cacce non proficue e improponibili, e di non far trovare partner sbagliati, giusti al momento sbagliato o sbagliati al momento giusto.
Le app regalano l’illusoria sensazione di avere tutto sotto controllo, ma online non si può controllare nulla: né sé stessi né il partner. Nel momento esatto in cui il controllo viene meno e in cui il desiderio di concedersi raggira ogni prudenza e pudore, si aprono le porte (non sempre, ma spesso) ai guai e alle disillusosi postume.
Il web ha le sue regole e anche le sue trappole: scatena quella sorta di proiezione dei propri desideri, diventa un istrionico palcoscenico sul quale mettere in scena quello che manca e quello che si desidera, facilita confessioni a perfetti sconosciuti, non giudica, crea legami invisibili e apparentemente indissolubili.
La fascinazione da app non è immune da rischi. Avviene infatti una sorta di idealizzazione dell’altro che straripa in un pericolosissimo scollamento tra l’idealità e la realtà, a favore dell’idealità.
Non tutti gli amori sopravvivono alle app e quando si trasferiscono sotto la luce del sole alcuni di loro evaporano come se non fossero mai esistiti, lasciando una voragine interiore da eccesso di investimento emotivo senza alcun risarcimento affettivo postumo.

Dalla paura dell’untore all’incontro

Il tema della fiducia nel caso degli incontri e delle relazioni online è, e deve essere, centrale. Il sextortion (il ricatto sessuale online) è una delle possibili conseguenze degli amori online. Estorsioni o ricatti che vengono tessuti a scapito della vittima e che sono tremendamente rischiosi per la salute fisica e psichica del malcapitato. Questi amori nati in pandemia e rimasti intrappolati dentro un computer sono amori che si sono nutriti di un autoerotismo assistito, di e-mail e di chat straripanti di passione, di tanta attesa del famigerato incontro e di una sessualità più peccaminosa che amorosa.
Al tema della fiducia – inviare foto, video o masturbarsi al computer non è da tutti e non è per tutti – si aggiunge il tema della salute sanitaria. Siamo sicuri che quest’amante talmente tanto desiderato dopo la pandemia si è vaccinato? è stato prudente? ha indossato la mascherina in luoghi affollati? ha lavato spesso le sue mani? Per la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili esiste il preservativo, che consente di tenere a bada la paura di contrarre infezioni o di vivere gravidanze non desiderate, ma per la paura da Covid non esiste nulla se non un tampone negativo, una possibile vaccinazione o un bagno di fiducia.

Alla domanda del titolo “abbiamo ancora bisogno di dating per amare?”, rispondo: dipende. Dipende dalla persona (e dalla struttura di personalità) che lo utilizza. Dipende da cosa intendiamo per amore e per amare. Dipende dalle fragilità e dalle crepe del cuore. Dipende da quanta voglia abbiamo di investire nel nuovo e di non averne paura. Come scriveva magistralmente Isabel Allende, dalla “stessa porta dell’amore entra la paura”, averne rispetto e trattarla col dovuto garbo e gradualità, equivale al trattare con garbo, rispetto e gradualità il sentimento più nobile che ci sia: l’amore.
Quindi, app si, ma tanto quanto basta per non soccombere alla mancanza di sensi.

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