Figlio adottivo cerca mamma biologica

Figlio adottivo

Sono stata dichiarata adottabile sin da subito. Sono nata da una madre troppo giovane che non poteva occuparsi di me. Mio padre, a quanto pare, era un uomo di passaggio, quindi ignoto. Col senno del poi non provo rancore per questa donna, ma mi ha lasciato una voragine incredibile che ho tentato di colmare nei modi più disparati possibili. Sono passata da un uomo a un altro (sbagliato) nel tentativo di trovare stabilità e certezze. Ho cambiato città, studi, amanti, amori, amici, ma il problema ero io, sempre e soltanto io, non gli altri. Ho dato un dolore ai miei genitori adottivi facendoli sentire sbagliati, mai abbastanza amorevoli e presenti. Ma quella non amorevole e presente ero soltanto io.
Mi chiamo Francesca (nome di fantasia), ho 25 anni, e adesso mi sono messa in testa di trovare mia madre, quella vera, quella biologica. La donna da cui sono nata. Perché anche io sono venuta fuori da un ventre.
Ho bisogno di capire chi era quell’uomo che l’ha messa incinta per poi scappare.
Perché ha deciso di disfarsi di me? Perché non ha pensato che l’amore che mi avrebbe dato e l’amore che le avrei restituito ci avrebbe salvate da tutto, anche dalla miseria?
Perché mi ha dato in adozione?
Ho bisogno di capire se ha sentito la mia mancanza? Se ha festeggiato in silenzio il mio compleanno, anno dopo anno? Se ha dei ricordi, angosce, rimpianti?
Eppure negli anni sono stata bene, la famiglia che mi ha adottata è a dir poco meravigliosa. Ho dei genitori operosi e affettuosi, mi hanno amata tanto, educata, cresciuta con affetto e dedizione. Adesso però ho bisogno di colmare quel vuoto e di conoscere l’inizio della mia storia. Le mie origini. I miei geni.

Legge contro internet

Anticamente c’era la ruota degli esposti, o rota degli esposti. Era una sorta bussola girevole di forma cilindrica costruita in legno, che serviva per contenere un neonato che veniva consegnato ad un destino migliore.
La madre, o chi per lei, metteva il bambino nella ruota e la faceva girare: la parte con il neonato veniva immessa verso l’interno della chiesa e da lì si poteva prelevare il neonato per dargli le prime cure. Il rispetto dell’anonimato era garantito e la salute del neonato anche.
Negli anni, per fortuna, è aumentato a dismisura il numero dei bambini adottati, e si sono anche perfezionate le procedure burocratiche che tutelano la madre biologica e i suoi inevitabili sensi di colpa.
Unitamente all’adozione è aumentato il bisogno da parte di questi bambini di rintracciare i loro genitori biologici, le loro origini, soprattutto al tempo del web.
La legge non favorisce questo percorso, anzi tutela l’anonimato dei genitori, però Internet consente a chiunque di esplorare questa strada impervia è disseminata di trappole, grazie a siti dedicati, pagine Facebook e altri stratagemmi sprovvisti di filtri, di garbo e di clinici.
Con l’avvento dei social e della rete si sono abbattute le barriere fisiche e geografiche, e tutti trovano tutti. Accadeva anche anni addietro che sporadicamente un ragazzino o una ragazzina si mettessero in cerca delle proprie origini, così in autogestione. Ma spesso facevano un buco nell’acqua e l’anonimato di un gesto drammatico e per niente semplice o indolore veniva tutelato.
Nei casi di adozione internazionale che prevedono l’adozione aperta, le origini vengono rese note e viene data la possibilità al bambino e alla famiglia adottante di mantenere un contatto con la terra, le origini, le abitudini e ovviamente i genitori, per il bene di tutti.

La ricerca dei genitori è sempre un’esperienza stabilizzante, che andrebbe supportata e vincolata da un sostegno psicologico ben fatto.

Spezzone di una consulenza

Il rischio del secondo rifiuto

Sono Federica (nome di fantasia) ho dovuto dare in adozione Flavio (nome di fantasia) perché era figlio di un amore infedele.
Avevo soltanto vent’anni e tanta ingenuità in corpo, lui, il mio grande amore, ne aveva cinquantacinque.
Eravamo amanti da due anni, è stato il mio primo amore. Lo frequentavo di nascosto perché i miei genitori non erano d’accordo, si trattava di una relazione troppo asimmetrica. Il mio grande amore, oltre ad essere più grande di me, era felicemente sposato, oppure infelicemente sposato, come amava definirsi lui.
Mi veniva a prendere all’uscita di scuola, di nascosto facevo finta di prendere l’autobus mentre in realtà rimanevamo chiusi in macchina sotto il nostro albero preferito a parlare e fare l’amore, fare l’amore e parlare.
Da questi nostri incontri rimasi incinta. Ricordo la prima ecografia fatta da un suo amico complice e omertoso. Ero terrorizzata: c’era un puntino.
Il mio, il nostro, puntino. Ma mentre a me batteva il cuore, a lui il cuore si era fermato ed era chiaro che voleva disfarsi di quel puntino. Dovevo dirlo a mia madre, non potevo affrontare tutto e tutti da sola. Così presi il coraggio a quattro mani, e tra lacrime e suppliche le parlai.
A casa mia successe una tragedia, mia madre mi buttò fuori di casa e mio padre promise di rinnegarmi come figlia.
Rappresentavo una vergogna, quello che loro non avrebbero mai voluto. Mi spedirono in campagna, a casa di mia zia. Potevo portare avanti la gravidanza in perfetta solitudine con la consapevolezza che avrei dovuto dare via il mio bambino. Mia zia mi accudì con grande amore e dedizione, in silenzio, giorno dopo giorno, nella speranza segreta che io cambiassi idea e che trovassi la forza di ribellarmi ai miei genitori e al mio grande e unico amore che amore non era.
Tutto questo però non accade. Arrivò novembre. Arrivò il momento del parto.
Ero terrorizzata, sapevo che avrei dovuto dare via il mio bambino, e che il mio grande amore sarebbe sparito da lì a breve. Prima del parto dovetti incontrare uno psicologo, che non mi fu per niente d’aiuto. Avevo il cuore straziato, le gambe tremanti: volevo tenere con me il mio bambino, non volevo lo psicologo, non volevo darlo via.
Lo vidi per un attimo per non dimenticarlo mai più.
Rincasai a ventre vuoto e a cuore spezzato e trovai i miei genitori a braccia aperte a raccogliermi. Mi ero disfatta del frutto del peccato, dell’amante anziano, di un figlio non voluto; adesso potevo rincasare. Del mio cuore trafitto e delle mie lacrime copiose non si interessava nessuno. La vita sociale e familiare era salva.
Sono trascorsi 25 anni, la mia vita è andata avanti in maniera zoppicante, ma il mio cuore è rimasto indietro, fermo a quel novembre.
Oggi ricevo una email feroce di Flavio. Mi ha trovata, insultata, crocefissa senza possibilità di replica.

Il racconto delle origini e l’assenza di menzogna

Quando una madre decide di dare in adozione il suo bambino, vive un travaglio atroce. Decide di non abortire. Di sentirlo dentro di sé, pur sapendo che non potrà crescerlo e tenerlo con sé. Gli regala amore e una vita migliore di quella che lei potrebbe offrirgli. Il dopo, quindi, andrebbe rispettato e trattato con estrema cura e rispetto.
L’altra metà del cielo di questo strazio è formata dalla famiglia adottiva che per tutta una serie di motivi non ha potuto avere figli oppure decide pur avendoli di adottare ugualmente. In ogni caso si tratta di genitori dal cuore grande, pieni d’amore.
Genitori che vanno tutelati, protetti, trattati con estremo garbo e rispetto. Saranno loro, e solo loro, a decidere come comportarsi, come e cosa dire o non dire, quando e con quali parole, non di certo una pagina Facebook o il web.
Il bambino diventato adulto ha il sacrosanto diritto di conoscere la propria storia, elementi salienti che si faranno tasselli fondamentali nel processo di costruzione della sua identità. Un elemento che non va mai dimenticato è il diritto all’anonimato della madre biologica, e nel caso si programmasse un incontro questo va sempre preparato, mediato, aiutato, facilitato dall’aiuto di clinici empatici e competenti.
L’adolescenza è un periodo di grandi turbamenti e turbolenze: è il periodo in cui coesistono maldestramente il bisogno di certezze e di stabilità e la voglia di infrangere tutte le regole. Ed è questo il periodo in cui molti figli adottivi si mettono in cammino alla ricerca delle loro origini biologiche. In questo viaggio tormentato verso le origini hanno un ruolo delicatissimo e determinante i genitori adottivi, protagonisti, spettatori e vittime di questo cammino condiviso.
La ricerca delle origini riguarda tutto il nucleo familiare, la famiglia adottante e i bambini. All’inizio i genitori adottanti si sentono marcatamente minacciati da questo bisogno dei loro figli di ricostruire il loro passato; credono che trovare il genitore biologico possa essere destabilizzante per il figlio e possa alterare gli equilibri dell’intera famiglia. Entrano in competizione fantasmatica con il DNA dei genitori biologici, pensano che la biologia sia più forte dell’amore e della cura che hanno messo nel crescere questo bambino. Pensano anche che l’utero che è stato fecondato e che ha contenuto questo bambino per nove mesi possa essere più forte della loro capacità di cura e del loro immenso amore.
In realtà, è un timore totalmente infondato, perché tra la famiglia d’origine e la famiglia adottiva dovrebbe esserci un’integrazione e una collaborazione profonda: per il bene del bambino e per il bene di tutti.

Si viene al mondo tante volte nella vita. Non sempre si nasce da un utero, spesso da uno o più cuori.

 

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