Riconquistare una donna dopo le più svariate disavventure della vita non è proprio facilissimo.

Premessa.
In alcuni passaggi scrivo al femminile dando voce alle mie pazienti donne. Non mi piace parlare di “pazienti, soggetti, individui”, senza identità e senza volto.
Il dopo è una terra molo trafficata che non correla con il genere. Antonietta e Francesca potrebbero tranquillamente essere uomini.

Tradimento, divorzio, paura dell’abbandono e abbandono.
Fame d’amore, amori malati che fanno ammalare e terre dell’infanzia bucherellate rendono il rapporto con la fiducia davvero molto complesso. Così, quando finisce un amore, la voglia di ricominciare ad amare si alterna alla paura e al bisogno di scappare via.
Il bisogno di fuggire è direttamente proporzionale al sentimento provato.
Conquistare una donna da poco divorziata, separata o separanda, ancora sofferente per la fine di una storia d’amore non è proprio facilissimo.
Il dolore, se non è stato adeguatamente elaborato, tende a riproporsi immodificato; così, talvolta, neanche il balsamo del tempo che tutto impolvera non riesce a stemperarlo.

Riconquistare una donna: dal prima al dopo. È più facile l’accesso al letto che l’accesso al cuore

Non tutte le donne reagiscono allo stesso modo, con lo stesso modus operandi, alla rottura di una relazione. Ogni reazione non dipende soltanto dalla relazione vissuta con le sue dinamiche e diffuso malessere, ma dai traumi pregressi, dal processo di idealizzazione attuato, e dal divario tra idealità e realtà.
C’è chi accompagna alla morte la relazione dopo averla intubata con il respiratore artificiale per un tempo infinito.
Come nel caso di Francesca, mia paziente da due mesi.

Francesca, anni quaranta, avvocato, bella e sensuale. Ma non ha mai saputo di esserlo. Sposata con Massimo, aitante chirurgo, bello e dannato. Assolutamente consapevole delle sue arti amatorie e del fascino indiscusso che riscuote.
Lui l’ha sempre tradita, e lei lo ha sempre saputo, perdonato, e sperato in un nuovo inizio. Dopo ben venticinque anni di sofferenza diventata cronica, un’ulcera gastrica e una malattia autoimmune sbucata dal cilindro della depressione, un corteo variegato di sintomi psico-somatici, un figlio, due aborti, e un figlio di lui con un’altra donna, prende il coraggio a quattro mani e lo lascia.
Sprofondando però in un baratro di atroce sofferenza. Il dopo per questa donna è, forse, peggiore del prima a cui si era ormai affezionata.

C’è chi, invece, si lacera insieme alla fine dell’amore.
Muore il sentimento e muoiono delle parti psichiche nate grazie a quel sentimento. Come nel caso di Antonietta, giovane ragazza affamata d’amore.

Antonietta, anni ventuno, soffre di dipendenza affettiva, ed è stata una non amata.
Ha vissuto con quel marchio indelebile della mancanza d’amore, detta ferita dei non amati. La madre l’ha abbandonata all’età di cinque anni per andare a vivere con il suo amante in un’altra città. Il padre, dopo qualche anno, muore per un tumore.
Lei si convince di non essere mai abbastanza per nessuno, e che a ogni amore corrisponde un abbandono.
La sua relazione con il suo unico fidanzato naufraga dopo cinque anni, lui stanco delle sue continue insicurezze e scenate di gelosia, la lascia senza fare mai più ritorno da lei.
Antonietta per lenire la sofferenza inizia a ledersi, a tagliarsi, a mordersi; e sviluppa una grave forma di autolesionismo. La sofferenza fisica le consente di superare transitoriamente quella psichica, decisamente insopportabile.
Mi dice di essere a brandelli, e non soltanto metaforicamente, e che quest’uomo le ha strappato via la carne dal corpo.

Il dopo è un luogo affascinate, ma ricco di insidie.
Amare, anzi, amare nuovamente, cattura e atterrisce. Spaventa e seduce. Incanta e fa scappare via.
C’è chi non vuole più sentir parlare di uomini per un bel po’ di tempo, una sorta di convalescenza emotiva post-trauma.
Chi, invece, ha bisogno fin da subito di affettività e di certezze.
Di sicurezza e di contenimento. Di sessualita che scalda i sensi e che ripara il cuore.
Una sorta di ingessatura post rottura.

Dal chiodo scaccia chiodo all’amore traghetto

Il dopo è un terreno terremotato abitato da una gran confusione, tra macerie psichiche e risorse sopravvissute.
La regressione e la relazione del dolore sono due potenti meccanismi di difesa della psiche, e vengono attuati con estrema frequenza e altrettanta poca consapevolezza.
Così, alcuni affrontano il dolore regredendo.
Una sorta di adolescenza posdatata. Tardiva.
C’e chi sembra essere tornato adolescente in cerca di avventure e spensieratezza, a caccia di avventure scaccia pensiero e scaccia chiodo.
Una sorta di anti depressivo che regali l’illusoria ed euforizzante sensazione di essere ancora attraenti.
Incontrare un potenziale partner durante questa fase di obnubilamento della coscienza diventa portatore sano di rischio plurimi. Uno dei quali è quelli di poter diventare dei veri e propri traghetti.
Traghettare la donna sofferente nella terra del dopo, ma non essere il destinatario di un privilegio.
Non diventare, quindi, un possibile compagno di vita, forse, di un breve viaggio.
Una sorta di compensazione temporanea, senza progetto e senza futuro.
In questi casi, sarà più facile avere una vita sessuale con la donna sofferente, ma non accedere al suo cuore, tantomeno pensare di avere un rapporto di esclusività tipico di chi si sceglie e si ama davvero.

A tu per tu con la paura. Le terre dell’infanzia

L’amore scombussola e destabilizza.
Il passaggio da un amore a un altro, diventa un cammino irto di ostacoli, ai quali non tutti reagiscono allo stesso modo.
E come sempre l’infanzia apporta il suo contributo.
Quando i primi rapporti infantili non sono stati sufficientemente buoni, per tutta una serie di motivi, tanto più l’Io è poco saldo, meno abile a superare i traumi.
Tanto più disperatamente l’individuo, uomo o donna che sia, tenta di curarsi tramite l’innamoramento, tanto più pone le basi per un fallimento postumo.
Questa altalena tra desiderio di cura e di amore, tra bisogno e piacere, tra esserci e avere paura, destrutturano l’Io rendendolo ancora più fragile e bisognoso. L’identificazione narcisistica con l’altro – quando, per esempio, l’altro è stato un partner dominante -,trasforma la perdita in una perdita di sé, nella morte di una, o forse più, parti di sé.
Così, il dopo, deve tenere presente di un altro aspetto da non sottovalutare: la paura.
Una donna ferita, tradita, maltrattata o manipolata, è come un animale ferito. Arrabbiata, aggressiva e spaventata.
La fuga potrebbe essere sempre dietro l’angolo, meccanismo che se non reso cosciente può diventare un automatismo relazionale e boicottare le future relazioni amorose.
C’è una buona possibilità che il partner che subentra nella terra del dopo, dovrà fare i conti con il fantasma del pretendete amore che abita ancora la terra di ieri.

L’amore che non guarisce, quando poi finisce, riporta in superficie nuove e antiche ferite

Uno degli sbagli più grandi che ci sia è quello di considerare l’amore una cura.
Un cerotto per l’anima.
Un Sos per un cuore infranto, per le ferite del passato, e per andare ancora più lontano nel tempo, una medicina per la fame d’amore primaria. Quella che risale alle terre dell’infanzia.
In questi casi, davvero molto frequenti, il partner diventa una sorta di stampella, di psicologo amatoriale, ma non cura.
Stordisce. Insegna a zoppicare, ancor di più di prima e di sempre.
Così, quando un amore dipendente si conclude, scoperchia quello che era stato maldestramente seppellito come la polvere sotto il tappeto del tempo.
Nella terra del dopo torna a galla la solitudine, la fragilità, la mancanza di autostima e di autonomia, e quanto non era stato elaborato a dovere.
Quando finisce un amore che non ha curato e che non cura, quando va via lascia temperature gelide dell’esistenza e un deserto emozionale talmente arido da dover aspettare con pazienza una nuova e fertile primavera del cuore.
Le donne che chiudono rapporti lesivi e svilenti, per esempio, si sentono più al sicuro se rimangono da sole.
Alcune rimangono le vestali di un passato che non passa, fedeli alla loro sofferenza del cuore. In religioso ritiro sociale.
Anche in questi casi, il loro silenzio va rispettato e non va violato.

Dell’emozione al sentimento passando dalle montagne russe della psiche

Conquistare una donna che ha sofferto non e facile.
Se da un lato è affamata di vita, dall’altro è terrorizzata dalla vita.
Il cammino verso il suo cuore sarà impervio, irto di vicili bui e di incomprensioni.
Di ansie e di paure.
Di tutto e del contrario di tutto. Di vuoti e di spazi. E di lamentele.
I lamenti, come diceva Dostoevskij, non sono altro che il bisogno di irritare di continuino quella ferita, affinché non rimargini.
Quindi, chi ricorda con note di rimpianto e rimorso il passato amoroso non è ancora pronto per un futuro, perché ogni lamento è la concretizzazione di un ricordo, con l’obiettivo di non guarire ed evitare di amare ancora.
Soltanto interrogandosi davvero sulla sofferenza – preferibilmente in terapia – si scopre la fitta trama di corrispondenze tra accadimenti esterni, amore incluso, ed eventi interiori.
Come scriveva magistralmente Aldo Carotenuto, psicoanalista, mio docente e supervisore.