Quest’anno è l’anno dei no, almeno per me. Delle scelte. Dei dinieghi. Della qualità invece della quantità. Dell’ascolto profondo di me stessa, in barba ai sensi di colpa e al loro parente più prossimo: il senso del dovere.
Dire no, anzi, saper dire no e concedersi il lusso di un no, non è un percorso facile ma una faticosa conquista. Un cammino lastricato di trappole e di passato, di fatica e di sogni altrui, di notti insonni e di bilanci. Distinguere i sì detti con le labbra e non con il cuore da quelli che seguono una scelta consapevole non è affatto facile. Bisogna assolversi, perdonarsi, fare pace con l’infanzia, con le mancanze, con le compensazioni e con le sublimazioni.
Queste sono le peggiori: ti obbligano a fare delle cose con la magra illusione di compensare altro. Il buon vecchio Freud sosteneva che le fantasie, le difese e le sublimazioni erano operazioni del nostro inconscio per abbellire i fatti. E aveva ragione.
Quindi dire no significa smettere di abbellire i fatti, guardarli in faccia, guardarsi e, soprattutto, ascoltarsi.
L’ascolto rimane la forma più grande d’amore: per gli altri e per sé stessi.
In fondo non c’è peggiore condanna di vivere all’insaputa di sé stessi, imbrogliandosi, e dire sempre di sì anche quando vuoi dire un meraviglioso e sonoro no.
Perché come dice l’incantevole Drusilla Foer, a volte le nostre convinzioni sono soltanto delle convenzioni. E distinguere le prime dalle seconde è una conquista dell’età adulta, che regala libertà.

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