Esistono immagini che hanno il potere di farmi regredire al passato, di mischiare le carte tra ieri e futuro.
Roma che si sveglia è una di queste.
La capitale più capitale che ci sia, appena sveglia, ha tutte le gradazioni del rosso, il mio colore preferito.
Il rosso si intravede tra i tetti delle case, abbraccia i monumenti e si adagia dolcemente sulle sue maestose piazze; per poi tornare a farvi visita al tramonto.
Tra lei e me c’è sempre stato un legame importante, regressivo, nostalgico.
Le sue immagini e i suoi colori si impossessano degli angoli più remoti della mia memoria, anche in sua assenza, e io la lascio fare custodendola a lungo dentro di me.
Roma che si sveglia è sonnecchiante e affascinante, si stiracchia senza fretta per mostrarsi da lì a breve in tutto il suo splendore.
È intensa e bella. Austera e gioviale. Dei romani e dei suoi ospiti.
La osservo dall’alto, incantata e rapita, mentre atterro con il primo volo della mattina.
Tra luci e ombre, la città eterna sembra non fermarsi mai.
È la città delle illusioni, delle promesse non mantenute – come fanno gli amanti -, si mostra ma non si concede. Ti seduce ma non ti stanca. È lì, maestosa e apparentemente disponibile, ma in realtà si concede a pochi.
È una città selettiva che concede a pochi i suoi vantaggi – i più talentuosi, non solo ambiziosi -,e la possibilità di avere un posto nel suo cuore. Rinnovabile per meriti.
L’ho sempre vista come una città esigente nel pretendere e generosa nel restituire. Indossa il desiderio come se fosse un abito, lo sfoggia e lo contagia a chi va a farle visita.
Nel mio immaginario Roma rimane una città consacrata all’eternità: del sentire e del vivere.

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