Saman e la sfiducia primaria

“Torna a casa, faremo come dirai tu”, scrive in un sms una madre a una figlia per attirarla a sé e verso la sua morte certa.
Una madre è colei che da alla luce, che dona la vita, talvolta anche la propria se necessitasse.
È colei che lotta contro tutto e tutti, anche contro i suoi mostri interni. È colei che protegge, che accudisce, che si fa mostro, se serve, per far sì che alla propria figlia o figlio non accada mai nulla.
Una madre è colei che guarda la lontano la sua creatura mentre cresce, cade, si rialza, insegue farfalle e sogni.
Una madre è una cacciatrice di stelle cadenti per regalare alla sua piccola più desideri possibili. Una madre è colei che lotta, che svolge un duro lavoro, che si assume le responsabilità di sbagliare credendo di fare sempre il suo bene.
È colei che si muove tra rimpianti e rimorsi, tra sé stessa e le esigenze della sua bambina, tacitando le prime per ascoltare le seconde.
Una madre è colei che soffre in silenzio, che si priva e si depriva per dare e donare.
Una madre è colei che intreccia i fili del desiderio per farli diventare destino o fato. È colei che accarezza il dolore e mentre lo accarezza lo trasforma. Una madre è colei che attraversa ogni bufera affettiva con una figlia o figlio in braccio, anche quando ha l’anagrafe avversa. Perché un figlio rimane figlio anche da anziano.
Questa madre, sottomessa da secoli alla tirannia dell’uomo e del credo musulmano, ha seguito le orme zoppe della sua religione, e ha smarrito sé stessa nel momento stesso in cui ha messo al mondo una figlia femmina come lei.
Saman, che si percepiva italiana e amava indossare i jeans di nascosto, aveva una traccia nel cuore, l’aveva riconosciuta e sperava di seguirla, contro ogni avversità.
Questa donna-madre con il suo sms trasformato in fune e poi in cappio, han riportato Saman a sé, trasformandola da fuggitiva amorosa in figlia deceduta.

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