Ho prestato la mia penna a Margherita (nome di fantasia), figlia di un aborto mancato. È una storia di una brutalità e violenza incredibile. È la confessione di una madre a una figlia del suo aborto mancato e dei motivi per cui Margherita è, nonostante tutto, venuta al mondo.
Una nascita che in realtà si è trasformata in una condanna a vita.

Invece di accarezzarsi la pancia, quel puntino che si intravedeva in ecografia e che doveva significare già tutto per lei, fantasticava il modo per uccidermi.
Quel feto, che non era ancora un bambino, le dava noia, fastidio, aveva deciso di non occuparsene. Aveva deciso di uccidermi.
Non voleva tenermi a bordo con sé per nove mesi, non voleva allattarmi e nutrirmi, nom voleva perdere tempo per consegnarmi al sonno e tantomeno svegliarsi nel cuore della notte per cullarmi, non voleva impegnarsi e consacrare la sua vita alla mia.
Il suo egoismo la obbligava a disfarsi di me, in silenzio, senza dirlo a nessuno. Voleva mistificare ma mia morte con un aborto spontaneo, uno di quelli che capitano alle donne.
Così ha iniziato ad escogitare tutti i modi per uccidermi.
Mi sballottolava qua e là andando in bicicletta e poi in motorino. E poi ancora faceva la sua super corsetta serale, senza risparmiarsi, sino a perdere il fiato e me. Cercava di prendere piu buche possibili affinché io potessi rompermi il collo o la mia piccola schiena appena accennata.
Faceva salti, acrobazie, portava finanche i pacchi pesantissimi della spesa nella speranza che io mi strappassi da lei.
Ma io, nonostante tutto, non avevo nessuna intenzione di andar via, di morire, di abbandonare il mio utero caldo, la mia vita.
Non contenta, grazie a un brutale suggerimento delle sue amiche più care – e anche qui sul concetto di caro avrei molto da ridire – prese due cassette d’acqua, esattamente dodici bottiglie, una con la mano destra e l’altra con la mano sinistra per equilibrare bene il peso e farmi male da tutte le parti in maniera uniforme, e si mise a fare su e giù da una rampa di scale.
Nonostante gli impegni profusi, non ci riuscì.
Io rimanevo viva. Ero già ribelle e avevo deciso di non ascoltarla, nonostante fosse mia madre.
La mia cara mammina non voleva arrendersi. L’ecografia continuava a darle pessime notizie: il mio battito c’era e il mio cuore continuava a battere, così mossa da un nuovo attacco di efferata cattiveria, iniziò a ingurgitare tutte le schifezze che trovava nell’armadietto dei farmaci. Antibiotici a profusione, farmaci per dormire, tisane lassative nel tentativo di disidratarsi.
“Vai via da me, ospite ingrata. Ti muovi ancora? Bevi, bevi, il mio veleno, amore di mamma”.
Immagino che mi dicesse mentre io tentavo di salvarmi la vita.
Ma la mia brutta storia non finisce qui. Con tutte le difficoltà e il carico emotivo di quello che mi era successo lì, in quel posto che mi avrebbe dovuta proteggere dal mondo ma non da lei, il suo utero, il 21 dicembre di venticinque anni fa sono nata.
E sempre il 21 dicembre di sedici anni dopo, la mia cara mammina pensò bene di confessarsi. Di lavare via la sua coscienza putrida e di dirmi cosa aveva fatto, con dovizia di particolari, per sbarazzarsi di me senza successo. Iniziò dalla fatica fisica per passare poi alle buche come attentati, per concludere con i veleni.
Non avevo ben chiaro se con il suo racconto catartico voleva enfatizzare la mia voglia di vivere e il mio essere stata così caparbia, il mio attaccamento alla vita, la mia tenacia, oppure voleva lavare via la sua coscienza sporca e melmosa.
Adesso sono in terapia e provo una grande tenerezza e uno smodato affetto per quel puntino non voluto dentro quell’ecografia e quel battito tenace, che oggi ha paura di battere ancora per chiunque.

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