La riabilitazione dell’altra

Ho immaginato di prestare la mia penna a Loretta, nome di fantasia, che da altra è diventata compagna e a breve diventerà moglie, dopo essere diventa madre.

Sono rimasta l’altra anche due figli più tardi. Ma è mai possibile?
Nell’immaginario di tutti, dell’ex moglie di mio marito, della sua prima figlia, dei suoi parenti, e forse anche dei miei, io sono l’altra, la rovina famiglie, la zoccola, quella che se non ci fosse stata lo avrebbe lasciato al suo matrimonio.
Anche se la sua famiglia era già più che rovinata perché altrimenti non ci sarei stata io, io rimango la causa di tutti i suoi guai. E rimango l’altra.
Io che dormo al suo fianco da anni. Io che cucino per lui, che mi occupo e preoccupo di lui e per lui, di noi e delle nostre figlie.
Io che lo consolo se è triste, se ha qualche difficoltà al lavoro, se è febbrile, stanco, preoccupato.
Io che sono la sua famiglia ma che rimango ancora l’altra.
Mi chiedo se a un cento punto della vita entra in gioco la prescrizione del presunto danno procurato? la riabilitazione dell’altra?
Credo veramente che il danno lo abbia ricevuto io: morale, sociale, abissale!
Cosa dovrei fare ancora per avere una mia identità chiara e definita e per venir fuori dal buio che ha accompagnato soltanto i nostri primi mesi d’amore clandestino?
La fine del suo matrimonio era già visibile e anche agita altrove più e più volte, io ho soltanto avuto la sfortuna o fortuna di incontrarlo in piena crisi esistenziale e matrimoniale, pronto per un cambiamento.
Adesso siamo una famiglia felice come tante, molto diversa dalla sua precedente profondamente infelice. Mio marito, perché si chiama così l’uomo che amo, è un uomo sereno, fedele, sorridente e luminoso, e io me ne prendo il merito come moglie non come l’altra.
Spero che prima o poi sdoganino la riabilitazione dell’altra, soprattutto quando l’altra diventa compagna di vita.

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