La primavera, si sa, porta con sé sonno, stanchezza e lentezza. Anche quando viene per ben tre volte dopo tre lunghi inverni infarciti di tamponi, paure e virus. Quei luoghi bui e incerti che per essere riparati hanno bisogno di luce e di passeggiate all’aria aperta, come quelle olfattive che amano fare i miei cani mentre odorano l’aria e il presente, e io con loro (chi porta a spasso chi non è poi così chiaro).
E poi abbiamo il cortisolo, l’ormone dello stress, l’ora di sonno che ci manca – e che sarà mai un’ora? – la fatica che non ci molla, gli inciampi, le difficoltà, i contrattempi.
E poi c’è il cambio di stagione, quel caos cosmico che esplode nelle nostre stanze da letto di cui solo noi possiamo occuparci.
Eppure quando si conosce la felicità, la fatica stagionale o cronicamente presente non ci fa paura.
Una dose quotidiana di felicità rappresenta l’antidoto alla fatica, alle difficoltà, alle mareggiate della vita. Non che non ci siano poi o che spariscano magicamente, ma la felicità ci regala uno sguardo benevolo sulle cose e su noi stessi mentre affrontiamo le cose della vita.
Diventiamo complici di noi stessi e guardiamo con benevolo affetto le nostre fragilità, senza puntarci il dito contro. Impariamo ad ammorbidire il dolore, senza trasformarci in mistress anaffettive e algide, nel caso di noi donne, che in fondo siamo le peggiori amiche di noi stesse.
Accade l’inverso quando sei infelice, immobile, impantanato nelle sabbie mobili della tua stessa esistenza.
In quei luoghi bui comprendi che nessuna lampadina esterna può accendere la luce, nessun integratore o pillola può regalarti l’energia mancante, nessun altro fuori da te può tentare di renderti felice e alleviarti le sofferenze del vivere. Puoi farlo solo tu.
Così, pian piano, primavera dopo primavera, cambio dell’armadio dopo cambio dell’armadio, comprendi che la qualità della tua vita dipende solo da te, dalla qualità delle tue relazioni affettive, dai tuoi scambi emotivi, dalle parole che doni e che ricevi in dono (quando le ricevi), dalla capacità di soffermarti solo su quanto è necessario e passare oltre e andare altrove quando quello che vivi non può esse cambiato.
Così alla prossima primavera, anche del cuore, sarai di certo meno stanco e pronto ad abbracciare il nuovo della vita.

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