In breve: Ho tentato, ingenuamente, di trascorrere una domenica in spiaggia. Ero stanca, anzi, stanchissima. Ho creduto che obbligandomi a stare ferma, al sole, mi sarei risposata e non spazientita.

📅 31 Maggio 2026  •  ⏱️ 4 min di lettura


Ho tentato, ingenuamente, di trascorrere una domenica in spiaggia. Ero stanca, anzi, stanchissima. Ho creduto che obbligandomi a stare ferma, al sole, mi sarei risposata e non spazientita.
Mi sono detta: siamo ancora a maggio, non ci sarà poi cosi tanta confusione, potrei anche correre il rischio di riposarmi.
Così, da inguaribile romantica e tremendamente nostalgica, in attesa di avere la barca in acqua e diventare ufficialmente asociale, mi sono recata nella solita spiaggia dove portavo mia figlia al mare quando era bambina. Una spiaggia infarcita di ricordi e merende. Di volti noti e di sorrisi familiari. Di scatti custoditi nel mio cellulare e nel mio cuore di mia figlia e di sua cugina, Ludovica, piccole e paffute, tra secchielli, panini alla Nutella e le pizzette della zia Daniela.
La mia domenica è stata un perfetto disastro. Uno scontro a fuoco tra i miei ricordi e la realtà. Tra la mia nostalgia e la folla.
La spiaggia era identica, il mare meravigliosamente cristallino, la sabbia color ambra, pulita e tiepida.
Dopo qualche minuto mi sono accorta che non riuscivo ad ambientarmi, sembravo essere seduta su un tappeto di spilli, come i fachiri: mi sentivo letteralmente fuori posto.
Ero diversa.
Le persone erano diverse: tutte più maleducate. Chiassose, eccessive, rumorose, distratte, egocentrate: i loro cellulari, loro e niente più.
Con le loro suonerie caraibinche e le loro perenni videochiamate, mentre mostravano spiagge e bagnanti, si alternavano a telefonate con il viva voce – le cuffiette queste sconosciute! – per non sporcare, immagino, il cellulare di protezione, noncuranti delle necessità altrui.
A un certo punto sono stata rapita da un moto di preoccupazione: la mia vicina di lettino era sparita.
Mi sono accorta della sua assenza dal suo cellulare. Suonava senza sosta mentre io, in maniera chiaramente trasgressiva e anacronistica, tentavo di leggere. Ben dieci telefonate intervallate da qualche secondo di pausa. Poi ho smesso di contarle.
Mi sono detta che si stava consumando una tragedia sotto i miei occhi: la signora era sparita e da qualche parte, forse a casa sua, qualcuno stava male o era in grave pericolo.
Poi, finalmente, la mia vicina di lettino torna alla base, ignara di aver lasciato il suo cellulare a disturbare gli ospiti della spiaggia. Alla trentesima telefonata, finalmente la signora risponde: era la figlia che chiedeva se i pomodori che c’erano in frigorifero erano da lavare o meno.
In realtà, scopro che lo erano.
Forse avrebbe fatto prima a lavarli invece di molestare la madre, e il cellulare della madre me.
Ma non è finita qui. Dopo un po’, già spazientita e accaldata con un desiderio inarrestabile di fuga, mi sono imbattuta in un’allegra combriccola di insegnati, di cui una di loro di sostegno. Con voci da soprano, più che convinte di essere su un atollo maldiviano da sole, hanno raccontato con dovizia di particolari le prodezze dei loro bambini, con annesse testimonianze audio e video.
L’insegnante di sostegno, la più accorata, ha addirittura paragonato la sua infanzia dolorosa con quella della sua alunna, con una sfilza di traumi e ricordi, e video a prova del disagio della bambina, in barba a ogni vaga e remota forma di privacy.
A questo punto mi sono interrogata su di me. Forse sono cambiata e sono diventata poco tollerante, o forse lo sono sempre stata.
Credo che il proprio rumore dovrebbe terminare dove inizia il silenzio altrui.
Stessa spiaggia e stesso mare, direi che non è stata una felice idea.

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