Lei, lui e l’altra. Io sono la moglie

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Tratto dal libro: “Anima in affitto. E se la vera punizione fosse sposare l’amante?

Apro le ante dell’armadio che profumano di buono e di casa.
Spolvero, rassetto, butto via quello che non mi entra più – forse troppi capi non mi entrano più, dovrei fare pace con la bilancia, oppure decidermi di andare in palestra – e mi sento già meglio, più ordinata, più serena.
Intravedo, appeso per bene, anzi infagottato come un sarcofago, l’abito bianco, l’abito del mio matrimonio.
Un tuffo al cuore.
Quanti ricordi, ma ero davvero così magra?
Ero felice, di questo ne sono certa.
Ero speranzosa, con il cuore stracolmo di gioia, di fiducia per un futuro radioso e pieno d’amore. Volevo solo questo dalla vita: amore, una casa, un marito da amare ed accudire.
Rimango bloccata, incantata, o meglio incantesimata, mentre una sfilza di ricordi – senza chiedermi il permesso – mi attraversano la mente, il cuore ed il ventre. So bene da dove siamo partiti, ma non so più dove siamo arrivati.
Immobile, davanti all’armadio spalancato, ho finalmente guardato quello che fino a questo momento non ho voluto vedere: il mio matrimonio.
So bene che ci eravamo persi, sì, proprio smarriti.
Il mio Paolo è altrove, e per di più da tempo.
Non bastano più i pasti falsamente condivisi, la televisione della sera prima di essere rapiti dal sonno – almeno io – e le cose concrete che ci tenevano legati; mancavano le emozioni, la cura, la dolcezza.
Mi mancava lui, da morire.
Mi sento molto sola.
Negli anni, mese dopo mese, mi sono chiusa a riccio nel mio silenzio, nella mia solitudine e nella mia aridità emozionale.
Travolta, o meglio stravolta, dalle cose da fare, trascorro le mie giornate tra il lavoro, il lavoro in casa, i nostri figli e la fatica serale che mi impediva di vedere, di sentire e di occuparmi davvero di quello che stavo perdendo: mio marito, il mio matrimonio.
Ho notato già da tempo che Paolo è diverso: curato, simpatico e stranamente, allegro.
Sorride al cellulare, sembra un ebete.
Il suo maledettissimo telefono che è diventato un suo prolungamento: non va nemmeno in bagno senza.
È decisamente preoccupante, ma io, forse, ho scelto di non vedere.
Ha anche iniziato, strategicamente, a prendere sonno sul divano del soggiorno, e a non raggiungermi più in camera da letto. Io, rapita dalla stanchezza, non mi accorgo della sua assenza e, quando al mattino, chiedo come mai abbia dormito sul divano, lui prontamente risponde che non si è accorto di essersi addormentato davanti alla TV.
Le scuse sono svariate e fantasiose: giornata faticosa, programma preferito, email dell’ultima ora, insonnia, e così via.
Sono passate le giornate e i mesi, e ora dico gli anni, e le mie notti sono sempre più gelide, abitate da solitudine e da un magone terrificante.
La verità è un’altra, e forse in cuor mio la conoscevo già: mio partito sta sul divano perché non vuole più dormire con me!
Sta sul divano per un “patto di fedeltà” alla donna che amava, ora dico Elena.
Sta sul divano per scriverle fino all’ultimo secondo, prima di essere rapito dal sonno.
Sta sul divano per chattare con lei.
Sta sul divano per inviarle quei maledettissimi e stupidissimi cuoricini di Whatsapp, per farla sentire amata e desiderata e, soprattutto, meno sola.
Una notte, mentre lui dormiva, mi sono svegliata di soprassalto; non so bene cosa fosse successo dentro di me.
Sono andata in bagno, poi a bere in cucina.
Avevo visto che il mio – non so bene fino a quando, ma per adesso abita qui con me – Paolo era scoperto e infreddolito, e ho pensato di coprirlo con amorevole cura.
Il suo cellulare era lì, al suo fianco.
Sono rimasta per un istante immobile, ambivalente tra il bisogno di sapere, di vedere, di leggere e di farmi del male, e il desiderio di proteggermi.
Decido di vedere.
Ho aperto il telefono tremando; mi sentivo una ladra, stavo frugando nella sua intimità che, però, era anche la mia. Il cuore stava per saltare fuori dal petto, pensavo di poter avere un infarto da lì a breve. Ero terrorizzata, paralizzata dalla paura e dell’angoscia.
Sapevo bene quello che avrei trovato e quello che mi avrebbe distrutta, disintegrata, come moglie e come donna. Potevo ancora fermarmi, mi dicevo, ma in realtà proseguivo.
Telefono acceso!
Chat aperta!
La prima cosa che ho visto è stata la foto della sua amante: era mora, carina, sorridente ed anche dolce.
Non era la classica femme fatale, no: era proprio dolce.
Aveva gli occhi liquorosi, felici, da donna innamorata.
Era più sensuale che provocante.
Più dolce che aggressiva.
Più moglie/compagna che amante.
Non la zoccola che trama alle mie spalle; era comprensiva, amorevole, affettuosa.
In chat parlavano anche di me, e lei era comprensiva.
Leggevo e piangevo.
Guardavo la loro intimità e vedevo quello che tra noi non c’era da tempo, o forse, non c’era mai stato: foto, carinerie, baci dolci e baci d’amore.
Avevano la strana abitudine di aggiungere l’aggettivo al bacio: bacio d’amore, bacio dolce, bacio triste, bacio di desiderio
Il bacio di desiderio era il più doloroso di tutti.
La chat era infinita, si raccontavano ogni cosa, anche dei “miei” figli.
Questa donna, praticamente, viveva a casa mia.
Sapeva tutto, da quello che mangiavamo o non mangiavamo, a dove andavano e con chi. Sapeva tutto anche di me. Mi sono sentita improvvisamente nuda.
Leggevo, fotografavo la chat che avrei riletto con calma la mattina seguente, per farmi ancora più male; ero annebbiata dalla rabbia e dal dolore.
C’erano foto di questa donna nuda, semi vestita, prima e dopo la doccia, e così via. E lui, da perfetto idiota innamorato, non aveva cancellato nulla, non pensava minimamente di proteggere me, la sua famiglia, la mia anima…
Era drogato, drogato di lei.
Le aveva scritto frasi dolcissime, frasi che trasudavano amore, dolcezza, passione e mancanza. Viveva per lei, nell’attesa di incontrarla e nel ricordo dei loro incontri. Il suo presente era con lei, anche se lei era distante e io, invece, sotto lo stesso tetto.
Lei, Elena – ha un nome, anche se sarebbe stato meglio non darle un’identità né un volto – gli scriveva di sentirsi sola, e ancora che senza di lui non viveva, che niente aveva senso e sapore quando sono lontani.
Ed io? La mia è vita? Poteva chiamarsi vita? Che ne sa lei di noi? Della nostra famiglia? Di cosa significhi davvero un matrimonio?
Le fatiche del vivere, di un mutuo, di una casa da accudire, delle utenze, delle preoccupazioni dei figli… lei è single, cosa ne può mai sapere della vita matrimoniale?
Il nostro Paolo abita con me, pranza con me, faccio il suo bucato, piego le sue calze e le sue mutande, ma il suo cuore è altrove; questo lo sappiamo bene entrambi. Anzi, tutti e tre.
La mia è vita? Chi delle due non vive?
Mi viene voglia di chiamarla e di dirgliene quattro, di dirle quanto poco di buono sia stata nell’avere cominciato una relazione con un uomo sposato, non suo, anzi mio. Mi viene voglia di dirle che Paolo sta con lei, ma vive con me. Che il “mio” Paolo ha tre figli con me e che lei è di passaggio.
Piango. Ho mal di pancia. Vomito. Nessun analgesico sarà capace di placare questo mio dolore, ci vorrebbe una dose massiccia di morfina, in vena.
Vorrei telefonare a mia madre, dirle che sto male, piangere con lei.
Ma, forse, dovrei proteggerla da questo dolore.
Penserebbe ai suoi nipoti, senza un padre, da lì a breve. Vedrebbe Paolo come uno sciagurato, ed io, in fondo, voglio proteggerlo.
Magari questa cotta può anche passare, la lascia e torna da me, per davvero.
E se invece fosse amore? amore vero? se, invece, senza di lei, diventasse triste? Ingrigito, com’era prima di conoscere lei?
In fondo, da quando sta con lei, è più allegro e sereno anche con noi, in casa.
Forse dovrei solo andare in palestra, tornare in forma, essere gentile e sensuale, e provare a sedurlo. Del resto, io sono la “moglie”. La donna che ha sposato, davanti a Dio. La donna con cui ha acquistato una casa, colei che divide con lui tutto, dall’armadio alle cose concrete a quelle simboliche, al conto in banca, fino ad arrivare ai figli, il nostro più grande amore.
Penso che non andrà mai via da me, da noi, non ne sarebbe capace.
Forse, non andrà nemmeno via da lei.
Piango a dirotto e richiudo l’armadio.

By | 2018-02-12T19:02:38+00:00 12 febbraio, 2018|Categories: Tradimento|

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