Dopo il festival di Sanremo, rapita dall’eleganza dei guizzi di intelligenza, dalla simpatia spregiudicata e soprattutto dall’eloquio colto e raffinato di Drusilla Foer, ho acquistato il suo libro.
E adesso ve ne parlo.
È difficile che un libro possa piacermi tanto, ed è difficile che alcune penne possano entusiasmarmi come le mie altre penne del cuore del passato e di sempre. E intanto è accaduto.
Quando acquisto un libro di un personaggio famoso, edito da una casa editrice famosa, solitamente penso che sia stato scritto per una questione di marketing.
C’era il festival di Sanremo, lei era una delle icone co-conduttrice del festival, la casa editrice aveva investito nella produzione del libro, e il gioco è fatto. Vendite a profusione che vanno a sanare la curiosità pruriginosa del lettore-telespettatore.
E invece no.
È un libro scritto sullo spartito del cuore. Onesto, veritiero, simpatico, mai noioso. Drusilla si racconta e racconta, e mentre lo fa insegna. Non indossa mai, nemmeno per un istante, gli abiti da saccente maestrina, ma con un bagno di umiltà e sagacia scrive di sé, del mondo, della buona educazione e della volgarità, dei suoi amori, amanti, parenti, appartenenza, terre d’infanzia. Intreccia ricordi olfattivi a ciprie polverose, cabine armadio a governanti e domestiche dal sapore antico, il tutto con affetto e generosità.
Non è un racconto istrionico da prima donna o una triste recita a copione, ma un libro che ti ricorda il piacere della lettura e della scrittura. Gli avverbi, le parole leggermente desuete che a me piacciono tanto, la punteggiatura (questa sconosciuta), e il punto e accapo: quello stacco così elegante e, talvolta, tremendamente indispensabile.
Nella scrittura e nella vita.
Drusilla, per gli amici Drusi – ormai, dopo la lettura centellinata per passione, mi annovero tra gli amici – trascina il lettore da Cuba a New York passando dalla Toscana e da città eleganti e prestigiose.
Ci regala pennellate di bon-ton (un ripasso non fa mai male) impreziosite da un fruscio di chiffon che fa da colonna sonora ad alcuni capitoli.
Con garbo ed eleganza ci parla delle sue paure e delle sue fragilità – che non sono molto distanti dalle nostre – intrise di voracità e determinazione.
Non è mai volgare, mai eccessiva, mai noiosa. Dalla simpatia d’altri tempi mi ha ricordato mio padre e le mie nonne, dall’eloquio raffinato e persistente.
Ci parla d’amore, di quello vero che non muore mai, e ci racconta delle sue origini e delle sue avventure, con un’eleganza lessicale di cui avevo dimenticato l’esistenza e di cui ho avuto il piacere di riassaporarne la presenza.
Dopo un libro così acuto e simpatico posso ancora affermare che le buone maniere e l’italiano non sono ancora deceduti. Adesso mi è venuta voglia di indossare nuovamente le perle e le parole di mia nonna.
“Tu non conosci la vergogna” La mia vita eleganzissima. Edito da Mondadori.
Lo consiglio caldamente.

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