Hikihomori, una parola angosciante che racconta la nuova emergenza giovanile.
Alcuni giovanissimi ragazzi, a un certo punto della loro vita, non si sa perché, si rinchiudono nella loro stanza e non escono più.
Il termine Hikikomori è stato coniato da uno psichiatra, esperto in problematiche adolescenziali, il Dr. Tamaki Saitō.

Hikikomori (引きこもり letteralmente “stare in disparte, isolarsi”, dalle parole hiku “tirare” e komoru “ritirarsi”. È un termine giapponese che descrive alcuni adolescenti che hanno scelto, apparentemente in maniere volontaria, di ritirarsi dalla vita sociale, rifugiandosi in livelli estremi e preoccupanti di totale isolamento.

Hikikomori, quando il mondo non piace più

La deriva sembra essere inarrestabile. Il proprio figlio, amato e accudito in maniera amorevole e attenta, senza traumi apparenti, a un certo punto della sua vita, smette di abitare il mondo.
Non vuole più andare a scuola, non va nemmeno in cucina per pranzare o cenare – lo fa in camera -, vive sommerso di cartacce, disordine, lattine, cartoni della pizza, e la sua unica finestra sul mondo è il suo inseparabile computer.
Computer grazie – o per colpa di – al quale sbircia il mondo, comunica, si trincera dietro il difensivo e algido monitor, e si scolla sempre di più dalla realtà esterna.
Niente più calcio e ginocchia sbucciate. Niente giornate al mare. Niente sole sulla pelle. Niente sudore sulla fonte o un gelato con gli amici in una gelateria del centro. Niente liberatori tuffi al mare, o una serata in discoteca con la musica assordante e del cuore nelle orecchie.
Niente più occhi negli occhi, mani nelle mani, labbra sulle labbra.
Il giovane Hikikomori stacca la spina dal mondo e si trasferisce in camera.
Le stime parlano di venti, trentamila casi annui, ma il fenomeno potrebbe anche essere più ampio perché sottostimato e non diagnosticato in tempo.
In Francia se ne contano ottantamila, mentre in Giappone – la patria di questo allarmante fenomeno – tra i cinquecentomila e il milione di ragazzi.
Sono dei dati veramente allarmanti.
Gli hikikomori sono quasi tutti maschi.
Sembra, infatti, che sia una problematica di genere, e che le ragazze siano meno esposte a questo ritiro forzato dalla realtà.

Gli arresti domiciliari. Crescere spaventa, la stanza custodisce e intrappola

La stanzetta: custodia o trappola?
La situazione scappa del tutto di mano a questi ragazzi. In una prima fase, l’Hikikomori, non comprende bene cosa gli stia succedendo, sente un massiccio bisogno di non uscire più di casa. E lo ascolta.
Decide di rintanarsi dentro la sua stanza, scaldato dall’illusoria sensazione di sentirsi al sicuro. I genitori, ignari, non comprendono, e lo assecondano.
La stanza da luogo del contenimento diventa galera. Una vera e propria galera dalla quale, senza aiuti mirati, competenti e specialistici, il ragazzo non evade.
Una delle cause scatenanti della fuga dalla realtà è il senso di inadeguatezza e di estraneità che l’adolescente, come tutti gli adolescenti, sperimenta.
Un corpo non perfetto, non performante, non omologato ai canoni estetici dominanti.
Uno scadente curriculum erotico, non ancora ricco di esperienze sessuali, un’identità sessuale confusa o fusa, e il gioco è fatto: la casa diventa una seconda pelle.
Si organizza quello che si potrebbe definire una vera e propria fobia sociale.
La rete diventa un rifugio, una compensazione, una vera e propria soluzione.
Il computer con le sue magie e alchimie regala la sensazione di proteggere dal mondo estremo con le sue intemperie, ma come il Pifferaio magico, incanta e intrappola.
Quello che gli Hikikomori pensano essere una soluzione, per l’appunto la rete, è invece una vera, se non la vera, trappola.
Molti di questi ragazzi hanno instaurato relazioni affettive profonde e online – ma senza corpo – con l’altro sesso, tutelati dall’assenza di fisicità, ma corredate, a loro dire, da grandi slanci affettivi e da una comunicazione profonda (spesso garantita dall’anonimato e da nickname, e dall’assenza di fisicità).
Questi pseudo rapporti di coppia, o amicali, hanno una funzione di chiara compensazione di quello che a loro manca. Sono caratterizzati dalla paura dell’altro sesso, da una cocente e delirante xenofobia, dalla inevitabile paura della sessualità fatta di pelle e sensi, dal terrore dell’intimità, e del proprio corpo sessuato e adulto.

Solitudine e social. Fuga dalla realtà e autismo tecnologico

L’adolescente che diventa, tristemente e pericolosamente, un Hikikomori, talvolta, rimane intrappolato in questo guscio di autismo tecnologico per tanto tempo.
Anni, addirittura.
Anni di assenza di luce e di aria, di totale mancanza di amici veri.
Crede di rimanere connesso con il resto del mondo comodamente dalla sua stanza, ma in realtà, l’uso anzi abuso dei social, amplifica e nutre il sentimento schiacciante di solitudine e di disagio in cui verte.

Austerità del corpo e dei sensi. Depressione o vergogna?

I compagni di viaggio e di crescita di questi ragazzi diventano il soffitto, le pareti della loro stanza, il mouse e l’unica finestra sul mondo viene rappresentata dal monitor del loro pc.
Rifiutano il dialogo con i genitori e con gli amici o compagni di classe o di sport, che vengono chiusi fuori dalla porta della loro stanza e fuori dal loro cuore.
I sintomi di un Hikikomori possono essere confusi con quelli di una più comune depressione giovanile, ma mentre nella depressione l’umore è marcatamente deflesso, in questi casi il sentimento predominante è la vergogna.
L’età di insorgenza di questa problematica è tra la terza media e il primo anno del liceo, quindi, parliamo di ragazzini davvero piccoli, tra i tredici e i quindici anni, indipendentemente dalla città di residenza e dalla posizione sociale.
Questi ragazzi posti di fronte alle sfide della crescita, non reggono, si spaventano e si vergognano, si chiudono nel loro mondo ovattato, fatto di rassicuranti mura-prigione e della loro stanza.
Questi adolescenti sono sempre più connessi ma disconnessi dal mondo reale, dalle relazioni, dal profumo del pane appena sfornato e dal piacere di guardare un tramonto, magari in compagnia di chi amano.
Il mondo in una stanza e tutto il resto fuori, come cantava Vasco Rossi in Albachiara.

Skype, una finestra chiamata speranza

Personalmente non amo lavorare online, mi sembra di togliere valore e spessore all’attività clinica di ascolto e cura che contraddistingue chi fa il mio lavoro.
In questi casi, così dolori e immobili, forse, creare un primo contatto tramite il web, lo stesso web che li ha intrappolati, potrebbe significare tendere loro, e ai loro genitori, una mano.
Questi ragazzi, così spaventati e vergognati di esistere, non ci raggiungeranno mai in studio, e mai accetteranno la nostra presenza fisica nelle loro stanza, così, per non lasciare da soli i genitori, in balia di queste pericolose e devastanti onde anomale, mettere a distinzione la nostra esperienza tramite le nuove tecnologie, come Skype o le video chiamate di whatsapp, potrebbe davvero rappresentare un ponte virtuale tra loro e la cura.
L’inizio di un possibile percorso.
Talvolta parlare lo stesso linguaggio, muto e tecnologico, della sofferenza, potrebbe ricucire lo strappo nel quale sono precipitati questi ragazzi nel tentativo di crescere.