La paura di avere il pene piccolo è un tema scottante, generatore di confusione e di strategie di marketing. Di acquisti malsani che fanno male al corpo e al portafogli, di insensate terapie fai da te, che non risolvono nessun reale disagio.

La dismorfofobia peniena o sindrome da spogliatoio

Facciamo un po’ di chiarezza.

Il bisogno di avere dei genitali grandi fa da denominatore comune al disagio di molti giovani, come se un pene grande fosse dispensatore di buone dosi di autostima e di conseguente successo con le donne.
Moltissimi uomini, adolescenti e adulti, temono di essere affetti (e afflitti) da micropenia. Di avere, quindi, dei genitali non consoni al loro immaginario. Piccoli, poco sviluppati, poco appaganti: per loro stessi e per le loro compagne. In realtà, le statistiche dimostrano come questa sia una patologia davvero molto rara.

Da cosa nasce questa errata convinzione?
Dal porno.

Il bisogno imperante di omologarsi ai modelli della filmografia pornografica innesca la miccia dell’insicurezza e fa scattare l’ansiogena misurazione dei genitali e il terrificante confronto con quelli altrui.
La massiccia diffusione della pornografia contribuisce a far passare un messaggio inadeguato e falso che correla le dimensioni dei genitali maschili con la soddisfazione sessuale femminile.
Come se, qualche centimetro in più, fosse fautore di sicuro piacere femminile.
Il ragazzo, mosso da insicurezza e da mille dubbi, confronta il proprio pene con quello degli attori dei film porno, sentendosi totalmente inadeguato.
Le famigerate misure dei peni degli attori, decisamente esagerate e poco veritiere, sono ottenute attraverso studiate e collaudate tecniche ottiche.

 

Ragazzi in trappola: tra il metro e il porno, senza adulti e senza clinici

L’educazione affettiva e sessuale latita in Italia, e la pornografia prende il posto di un adeguato programma formativo e informativo.
Così, i ragazzi intrappolati nella convinzione di avere un pene piccolo, non sono affetti da micropenia, ma da un disturbo chiamato dismorfofobia peniena o sindrome da spogliatoio.
In linea generale, la dismorfofobia è la paura di essere inadeguati.
Lo specchio rimanda un’immagine distorta, non aderente alla realtà oggettiva. Il soggetto indossa le lenti dell’insicurezza e si vede con un pene piccolo, nel caso della dismorfofobia peniena, o in marcato sovrappeso, nel caso dell’anoressia nervosa. La dismorfofobia peniena consiste nel terrore di avere un pene anomalo, di dimensioni chiaramente inferiori alla media o addirittura troppo piccolo o curvo, non consono a una vita intima, relazionale e sessuale. Il ragazzo, mosso da una cupa e non gestibile angoscia, scappa via da ogni possibile situazione di vita comunitaria, come gli spogliatoi o le docce in condivisione, per paura di essere visto e valutato.

Fobia da pene piccolo, cause e cure

Quando si parla di salute sessuale è impossibile cercare il colpevole, le cause, infatti, sono multifattoriali.
L’etiologia di questa dilagante e deflagrante fobia è poliedrica; dipende da cause psichiche – da analizzare con scrupolosità e cura, paziente per paziente -, da un marcato  analfabetismo sessuale, da cause  relazionali, da disturbi di personalità, e da tanto altro.
Un momento di particolare vulnerabilità, per esempio, come la conclusione di un amore, obbliga a fare i conti con il lutto, con l’ansia e con la più cupa depressione.
Il dopo, tra l’altro, sarà caratterizzato da nuovi flirt e da nuovi incontri. Talvolta, la fedeltà ad oltranza – subita non voluta – è una scelta inconscia utilizzata dai ragazzi insicuri per proteggersi da eventuali nuovi confronti sessuali.
Un altro motivo che può contribuire a fomentare l’ansia da dimensioni è una sessualità zoppicante.
La presenza di alcuni disturbi della sfera sessuale, come deficit erettivo o l’eiaculazione precoce, se non diagnosticati e trattati, contribuiscono a conferire al paziente la percezione di un pene brutto, piccolo e poco potente sessualmente.
Un’erezione non completa regala un’immagine poco seduttiva e potente, può, inoltre, creare confusione tra funzionalità e aspetto estetico.
Un’altra causa è da ricercare nel presunto mito della virilità.
La virilità maschile viene quantizzata esclusivamente con misurazioni a livello genitalico: l’uomo è fallico se ha un pene grande.
La sindrome da spogliatoio si presenta in percentuale maggiore durante l’adolescenza, un periodo che per la stragrande maggioranza dei ragazzi è molto problematico a causa del conflittuale rapporto con la loro immagine corporea in continuo cambiamento.

Fantasie o realtà: la diagnosi differenziale

L’unico modo per capire se il paziente è davvero affetto da micropenia è effettuare una diagnosi differenziale. Visita andrologica e consulenza sessuologica. La visita medica dovrebbe servire a contenere l’ansia del paziente. A formarlo e informarlo sulle sue reali dimensioni e sulla sua salute sessuale. Per evitare di fare confusione e transitare nella terra delle illusioni.
Nonostante ciò, però, il paziente ansioso rimarrà tale.
La non accettazione delle misure dei suoi genitali rimarrà il suo chiodo fisso, la sua angoscia più grande, il pensiero ricorrente che occuperà le sue giornate e incubi notturni.
Questi pensieri ricorrenti possono essere fautori di istinti suicidi, disturbi ossessivo-compulsivi, slatentizzare possibili disturbi di personalità, sino ad arrivare a un conclamato isolamento.
La totale fuga dal mondo esterno.
Per quanto riguarda la terapia, a diagnosi clinica effettuata, ci sono vari step di terapia. Dal counseling psico-sessuologico sino ad arrivare alla terapia combinata: farmacoterapia e terapia psico-sessuologica o psicoterapia.

La falloplastica come panacea per ogni disagio psichico. Chirurgia si, chirurgia no

I pazienti mossi dalla disperazione pensano alle più stravaganti soluzioni. Scientifiche e meno scientifiche. Attuate da clinici o da apprendisti stregoni.
In un momento storico di omologazione a modelli estetici proposti dai media e dalla filmografia pornografica, le richieste di consulenze psico-sessuologiche per la correzione dei genitali, aumentano a dismisura.
Il chirurgo che operera il paziente si avvale dell’indispensabile consulenza sessuologica per evitare che dopo l’irreversibile chirurgia, il paziente possa non ritenersi soddisfatto (le denunce per interventi mal riusciti sono in costante aumento), oppure, rischiare la sua vita con condotte autolesive o suicidarie.
La falloplastica, per esempio, è la richiesta maggiormente in voga in questo momento storico.
Più pornografia, meno educazione sessuale, più insicurezza e ignoranza sessuale, più richieste di interventi chirurgici.
Ai fini di un eventuale intervento, bisogna effettuare un importante distinguo diagnostico tra dismorfismo e dismorfofobia.
La dismorfofobia è caratterizzata da una marcata preoccupazione per un presunto difetto estetico, oppure, per un piccola anomalia o imperfezione resa dal legittimo prioritario una mostruosità deturpante.
Il protagonista di tale disagio percepisce la sua immagine corporea in maniera distorta e non aderente alla realtà; focalizza, inoltre, la sua attenzione sul difetto estetico, facendolo diventare una mostruosità.
La dismorfofobia colpisce adolescenti e adulti, uomini e donne, senza discriminazione di genere e di età.
In clinica si può trovare una stretta correlazione tra dismorfofobia e disturbo dell’umore, tra disturbo narcisistico di personalità e disturbo ossessivo-compulsivo.
Queste psicopatologie possono essere “causa o conseguenza” della pessima percezione del corpo da parte del paziente.
Il paziente dismorfofobico non si arrende al disagio psico-corporeo, non lo subisce ma lo agisce e ricorre più che allo psicologo al chirurgo plastico. Per questo motivo diventa indispensabile la stretta collaborazione tra chirurgo e sessuologo clinico.

Il dismorfismo, invece, si distingue dalla dismorfofobia.
Viene causato da un’anomalia congenita, come per esempio una pregressa ipospadia, un pene curvo congenito, una micropenia.
Ricapitolando: il dismorfismo non equivale alla dismorfofobia.
Il primo può anche essere curato chirurgicamente e non sempre sfocia nel secondo, e necessita di un supporto psico-sessuologico da attuare prima della chirurgia, durante e dopo.
La dismorfofobia dipende da una percezione soggettiva di inadeguatezza non curabile chirurgicamente.
La chirurgia in questo caso crea false speranze e soddisfa falsi bisogni.
Il disagio psichico del paziente è altro e altrove. È profondo e invalidante, e le cause non sono mai organo-correlate, ma psiche-correlate.
Organi come il pene e la vagina sono organi che vanno ben oltre la loro funzionalità.
Sono organi altamente simbolici che correlano con la crescita psichica e psico-sessuale del paziente, con la sua storia emotiva, relazionale e sessuale.
Trattarli con superficialità, scorporati dalla vita emozionale del paziente è un approccio miope, orfano della reale cura.