Memoria di una ladra. Cleptomania e amore

Cleptomania
Spezzone di una consulenza

La storia di Giorgia: da ladruncola a ladra di lungo corso

Ho sempre rubato. Un sogno, del cibo, un uomo. Sin da piccola ero una ladra, detta affettuosamente da mia madre “ladruncola”.
Mia mamma sperava che crescendo avrei smesso di rubare, ma si trattava di un impulso irresistibile, non potevo farne a meno. Quando andavamo a fare la spesa, mi guardavo intorno, mi sinceravo che non ci fossero occhi indiscreti, stavo attentissima che mia madre fosse distratta e passavo all’azione. In un batter d’occhio, quel pezzo di formaggio o quella tavoletta di cioccolata finivano sotto il mio maglione, nella mia tuta, dentro la mia borsa. Rubare era bellissimo.
Mi regalava una scarica di adrenalina unica, mi sentivo improvvisamente felice.
Non conoscevo il senso di colpa, osservare la refurtiva una volta rincasata mi faceva sentire piena, senza buchi e senza strappi. Amata. Appagata.
Avevo anche dei rituali di furto-non furto casalingo. Di notte, in casa, quando tutti dormivano, in maniera furtiva, scalza e silenziosa, rubavo del cibo.
Non avevo fame, mi piaceva quel rituale notturno di furto con scasso. Sembravo un segugio, aprivo tutte le ante, anche e sopratutto quelle chiuse a chiave, prendevo di tutto, anche quello di cui in fondo non avevo voglia. Fatto ciò mi rintanavo nella mia stanza e contemplavo con soddisfazione la mia refurtiva. A volte mangiavo tutto sino a stare male, altre volte no.
Crescendo, ho smesso di rubare il formaggio e il cioccolato e sono passata ai trucchi e ai profumi. Più aumentava il livello di difficoltà del furto più mi sentivo viva.
Più riuscivo nel mio intento – che non voleva essere quello di risparmiare, non si trattava di soldi ma di eccitazione -, più mi sentivo viva.
Mi riproponevo di smettere, ero diventata adulta, ma ogni qual volta mi facevo questa promessa sapevo bene che l’avrei disattesa da lì a breve. E stavo male.
Sono cresciuta ma la mia cleptomania non guariva. E non guarivo io.
Pausavano gli anni e la ladruncola era diventa una ladra di lungo corso.
Ero diventata sempre più patologica, diceva la mia strizzacervelli, ma io non volevo curarmi davvero, avevo paura di perdere quella parte di me che mi faceva sentire me.
Quando una mia cara amica aveva un sogno – un viaggio, realizzare un progetto o altro -, io facevo di tutto per rubarglielo e realizzarlo prima di lei, anche se in fondo non mi interessava granché.
Quando il sogno diventava mio smarriva di fascino e di senso, e lo abbandonavo.
Pur rendendomene conto non potevo fare altrimenti. Mi sentivo in trappola.
Lo stesso facevo con gli uomini. Non ne volevo uno mio, amavo rubare e possedere quelli delle mie amiche per poi abbandonarli una volta rubati.
Federica (nome di fantasia) era la mia amica di sempre. Avevo visto nascere la sua storia d’amore sin dalla prima chat, e in fondo facevo il tifo per lei.
Marco (nome di fantasia) non mi piaceva, sarebbe stato il fidanzato della mia più cara amica, che mi conosceva da sempre e pure mi sopportava; questa volta mi sentivo piuttosto serena. Sapevo che il tarlo del furto non mi avrebbe posseduta. Non questa volta. E invece? Esattamente come tutte le volte, venni rapita dal raptus del furto. Quell’uomo di cui infondo non mi interessava nulla doveva diventare mio anche a costo di buttarlo via da lì a breve. E così feci.
Persi la mia amica e persi anche il lavoro. Mia madre per la prima volta minacciò di ripudiarmi come figlia. L’unica figura di riferimento che mi era rimasta amica era la mia psicoterapeuta. E lì dovevo tornare.
Era giunto il momento di cercare di cambiare.

L’amore che deruba

Chi è il cleptomane, come si riconosce, dove nasce e cresce e soprattutto di cosa ha bisogno e perché ruba.
Il cleptomane è costretto a rubare, non può farne a meno. Non lo fa per un capriccio ma per una necessità (e voragine) inconscia. Viene rapito dal raptus del furto sino ad assecondarlo e consegnarsi a lui. Ruba di tutto, non soltanto quello di cui ha bisogno. Non è l’oggetto in sé a procurargli eccitazione ma il gusto e il gesto di rubare.
La cleptomania è un comportamento caratterizzato da impulsi irresistibili e involontari, non procrastinabili, non controllabili, non mistificabili.
I furti avvengono anche dove non dovrebbero avvenire: in amore.
In quel luogo sicuro dove un partner si abbandona – o dovrebbe farlo – a un altro e dove la fiducia dovrebbe essere il filo conduttore del legame.
Anche in amore, infatti, c’è chi deruba e di conseguenza chi si fa derubare e depredare. Si tratta di coppie formate da un manipolatore narcisista e da una dipendente affettiva.
Il narcisista è colui che ruba, che prosciuga, che vive di luce riflessa considerandola sua e che si nutre pian piano della vita della stessa persona che dichiara di amare. Non ruba cose concrete ma l’anima, la luce, il cuore e la lucidità, soprattutto.
È colui che mentre dice di amare ruba. Mentre accarezza strappa. Mentre millanta protezione abusa. Mentre abbraccia prosciuga.
Anche in quel luogo sacro chiamato amore ci sono parecchie forme di furto drammaticamente pericolose. Averne coscienza e riconoscerle è l’unico modo per mettere il lucchetto e sprangare la porta ai ladri.

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I cleptomani in amore e in famiglia. Cause e cure: come si può curare la cleptomania

Chi ruba non lo fa per necessità, ma per riempire un vuoto. I giornali e la televisione ci raccontano di cleptomani ricchi e famosi che di certo non rubano per avere quel paio di scarpe firmate o quella borsa griffata, ma per compensare una vita psichica ed emotiva del tutto frantumata e frastagliata.
Le origini della cleptomania, le cause e l’etiologia sono ancora poco note, sono sempre da investigare paziente per paziente, storia di vita per storia di vita, infanzia per infanzia.
A volte l’atto di rubare e l’eccitazione che questo procura può essere considerato una sorta di sostituto della sessualità: la ricerca spasmodica del piacere attraverso un’attività proibita vissuta in tutta segretezza che servirebbe a compensare e a sublimare una vita sessuale e affettiva assente o poco soddisfacente. Altre scuole di pensiero considerano invece la cleptomania strettamente correlata a un senso di colpa inconscio legato a uno stato d’angoscia di tipo depressivo.
Il furto, in quest’ottica, rappresenta la ricerca inconscia della punizione che solleva poi dal peso della colpa.
Quando in una famiglia o dentro una coppia c’è un cleptomane si alterano gli equilibri. La cleptomania può causare difficoltà ai legami, alla professione e alla crescita personale di chi ne soffre. Quando il cleptomane viene scoperto, la sua vita viene avvolta da un’aula di vergogna, ma nonostante ciò senza cure non riesce a smettere. La cleptomania insorge solitamente in adolescenza; come un fulmine a ciel sereno, colui che agli occhi di tutti viene considerato un ladro inizia a rubare di tutto un po’, e quando lo fa per la prima volta poi stenta a fermarsi, anzi si perfeziona con il tempo e con i furti. Chi ne soffre si trova a dover rubare di tutto, senza apparente causa e senza discernimento, purché sia un furto, purché possa accaparrarsi di nascosto un oggetto non suo. In realtà se abbassiamo la lente d’ingrandimento sulla storia di via, emotiva e psichica del cleptomane, ci rendiamo conto che oltre alla cleptomania troviamo con molta probabilità molte altre problematiche psichiche preesistenti, come un disturbo dell’umore, disturbi del comportamento oro-alimentare (soprattutto bulimia), tendenza alla compulsione, acting out di tipo aggressivo, disturbi di personalità, disturbi d’ansia, in generale uno scarso controllo degli impulsi.
La cleptomania è più frequente nelle donne che negli uomini, ed è sempre associata a uno scarso riconoscimento e controllo delle emozioni. Queste appaiono dirompenti e virulente e scompaginano ogni meccanismo di difesa della psiche e ogni buon proposito.
Il cleptomane smette di rubare quando prende coscienza di avere un problema e quando decide di farsi curare. Il protocollo di cura più indicato è la terapia combinata: psicoterapia e terapia farmacologica.
Anche dal furto si può guarire. Prima si prende coscienza di avere un problema e prima si interviene sulle cause del disagio e più probabilità ci sono di risolvere in tempi moderatamente brevi. Chi ruba grida un dolore muto, averne cura, ascoltarlo e tradurlo in parole è compito di noi clinici.

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