Quando diagnosi e cure sembrano essere oscure e i pazienti annaspano nella più cupa disperazione, ecco che appare all’orizzonte la fuga venosa; in tutto il suo splendore, tra falsi miti e realtà clinica. I blog e i forum elargiscono pillole di saggezza e cerotti per l’anima. Diagnosi fantasiose e cure miracolose.
I lettori, che non sempre diventano pazienti, vagano da una consulenza online a un’altra. I più audaci prendono voli e treni per raggiungere i luminari della salute sessuale, nell’inconscia speranza di farsi sentire dire – anzi scrivere, nero su bianco – che loro hanno la malattia più grave che ci sia.

Ebbene bene sì, la fuga venosa.

Il paziente psicogeno  soprattutto giovane e vergine che non trova una causa organica per il suo deficit erettivo si accanisce nella ricerca di un male occulto,  finché la presunta causa da fuga venosa giunge in suo soccorso.
Il paziente che ha un deficit erettivo da fuga venosa ha una primitiva incapacità delle vene e dei corpi cavernosi di trattenere il sangue all’interno del pene.

Facciamo chiarezza sulla fuga venosa

Dobbiamo distinguere i pazienti giovani e sani, da pazienti over cinquanta con una possibile presenza di altri fattori di rischio.
La bizzarria di questa presunta maledizione sessuale giovanile, è la sua insorgenza sin dai primi rapporti sessuali.
Ragazzi giovani, anzi giovanissimi, sani, anzi sanissimi, portatori sani di fuga venosa, del tutto in panne sul piano sessuale. Si tratta, in realtà, di ragazzi che non hanno mai avuto un rapporto intimo, non soltanto sessuale ma nemmeno sentimentale con l’altro sesso; che hanno paura del femminile e del coito.
Ragazzi imprigionati nella morsa dell’ansia, ammanettati nel loro immobilismo sentimentale.
Ragazzi in fuga.
Si tratta, soprattutto, di pazienti che non hanno nessun fattore di rischio che faccia ipotizzare la possibile presenza di una fuga venosa. La loro salute è caratterizzata dalla totale assenza di altre cause organiche, di fattori di rischio, di fibrosi come ipercolesterolemia, ipertrigliceridimemia, diabete e complicanze da terapia farmacologica, chirurgia prostatica, età avanzata, sindrome di La Peyronie con placche invalidanti, ipogonadismo o insufficienza arteriosa.

Giovani pazienti del tutto sani ma con una presunta fuga venosa. Una contraddizione assoluta.

Il paziente psicogeno

Il paziente psicogeno è un paziente spaventato, ambivalente, nonché convinto di avere un malanno talmente grave da non poter essere risolto. Le pieghe della sua psiche gli sono oscure, così come gli sono oscuri i percorso verso il piacere sessuale.
Avverte la necessità di ricevere una diagnosi che attesti la sua inadeguatezza sessuale, per utilizzarla poi per non amare. Per identificarsi del tutto nella sua stessa disfunzione e per sentirsi del tutto impotente invece di avere un deficit elettivo, semplicemente.
Tra le altre bizzarrie da diagnosi oscura da fuga venosa, abbiamo l’intermittenza della sua presenza nella vita del paziente: assente durante l’autoerotismo, presente durante il rapporto sessuale. In realtà la diagnosi è complessa perché il paziente non va studiato soltanto dal punto di vista andrologico, ma sessuologico.

Alcuni studi hanno fatto emergere la componente emotiva sempre presente nel deficit erettivo da fuga venosa.

I pazienti con  impotenza psicogenica vanno in contro a un significativo decremento della velocità di circolazione sanguigna nelle arterie principali del pene. Lo stress dato dal test ecografico induce loro una forte reazione emotiva che stimolare la produzione di adrenalina e inibisce la circolazione sanguigna. La stessa cosa avviene al momento del rapporto sessuale.
Esattamente come quando un paziente ansioso deve fare un prelievo, per esempio un dosaggio ormonale, e il risultato da una prolattina alta. Se dovesse rifarlo in situazioni di maggiore serenità, senza svenire o atterrirsi, la prolattina rientra nel range di normalità.
Il dramma di questi pazienti è che sembrano essere refrattari a ogni possibile terapia farmacologica di tipo orale, perché, in realtà, l’ansia contribuisce a creare un ipertono adrenergico che paralizza immediatamente la risposta sessuale.

Non dobbiamo dimenticare che alcuni fattori psicogeni simulano perfettamente un danno organico, disorientando clinico e paziente.

Diagnosi, prognosi e realtà clinica della fuga venosa

La sciagura da fuga venosa e la sua cura dipende dalla coppia a lavoro: psiche e meccanismi di difesa del paziente e competenza del clinico.
Molto spesso, nei casi più fortunati, quindi de visu e in sede di consultazione, il paziente chiede se guarirà, quando guarirà, e come. Nei casi meno fortunati, pone le stesse domande via email, senza essere stato mai visitato  e senza che lui abbia partecipato al clinico, oltre il semplice sintomo visibile, l’invisibile della sua psiche e della sua coppia. Nei casi ancora più drammatici, cambia medico e città ogni mese in cerca di una diagnosi.
La diagnosi di deficit effettivo, soprattutto giovanile e nei casi di pazienti ansiosi o vergini, deve essere fatta a quattro mani: quelle dell’andrologo e del sessuologo clinico, affinché sia attendibile e veritiera. Quando si tratta di fuga venosa, inoltre, la diagnosi deve essere confermata da cavernometria-grafia, ossia la misurazione della pressione endocavernosa alla infusione di liquidi all’interno del pene.
A diagnosi avvenuta, il paziente sprofonda nella più cupa depressione perché sembra non esserci cura. Quindi, vaga da un medico all’altro, attraversa tutta l’Italia, e più spende e più si sente finalmente un malato terminale. Senza possibilità alcuna di amare, o di amare ancora.
L’unica soluzione possibile per questa catastrofe sessuale da fuga venosa sembrava essere la protesi peniena. Intervento drammaticamente invalidante sul piano simbolico, costosissimo dal punto di vista economico e psichico, soprattutto senza ritorno.
Per fortuna uno studio presentato qualche anno addietro da Giorgio Cavallini al congresso nazionale della Sia, società italiana di Andrologia, a cui appartengo anche io, ha dimostrato che i  pazienti affetti da questi sintomi, che avevano alla cavernosametria/grafia un fuga venosa, erano invece pazienti con un deficit erettivo psicogeno.

Ancora una volta viene dimostrato il ruolo della psiche, e l’importanza del nostro antagonista di sempre: il nostro inconscio.

I pazienti studiati con un ecodoppler che attestava un deficit erettivo da fuga venosa sono stati sottoposti a consulenza psicosessuologica. Sembra proprio che i parametri ecodoppler di fuga venosa sparivano del tutto dopo le sedute con il sessuologo. La pratica clinica dimostra che alcuni fattori organici possano essere confusi con fattori psicogeni e viceversa.
In realtà, inoltre, non esiste più quella datata e obsoleta dicotomia tra fattori psichici e organici, ma diventa di fondamentale importanza effettuare una diagnosi andro-sessuologica nel più breve tempo possibile. Per evitare che il disagio psichico e l’ansia diventino le redini della vita del paziente, attanagliandolo alla paura e all’evitamento relazionale e sessuale.
Depressione, stress cronico e ansia vanno diagnosticati e curati unitamente alle cause sempre multifattoriali correlate al deficit erettivo.

Cercare in una vena, e per di più in un paziente giovanissimo, la causa di tutte le sue sciagure sessuali è un approccio errato e  miope.

L’adrenalina è la peggiore amica dell’erezione. Come procedere

L’adrenalina inibisce l’attività della muscolatura liscia dei corpi cavernosi dando vita al deficit erettivo. Il paziente con questo stato emotivo stenta ad avere un’erezione e soprattutto a mantenerla. Il risultato è una presunta fuga venosa, tipica sei pazienti giovani e ansiosi.
L’ansia elevata, così come la fobia verso il coito o il femminile, simulano un danno vascolare organico.
Effettuata una scrupolosa diagnosi clinica andro-sessuologica si passa alla seconda fase, quella terapeutica.
La terapia non può e non deve essere organo-focalizzata, cioè mirare semplicemente al pene non eretto, ma deve tenere presente della complessità della sfera sessuale, della psiche del paziente e delle controverse dinamiche di coppia.
La terapia combinata può avvalersi dell’integrazione di una possibile farmacoterapia per l’ansia, la depressione e il nucleo fobico. Il tutto da supporto alla terapia orale per il deficit erettivo e all’indispensabile terapia psico-sessuologica, senza la quale, spesso, i farmaci non entrano nemmeno in funzione.
Le pillole dell’amore vanno integrate all’interno di un protocollo più ampio.

È importante analizzare con empatia e competenza la compagna del paziente con deficit erettivo.  Nei casi di coppia stabile bisogna analizzare se le condizioni di salute sono adeguate, se il desiderio sessuale è conservato, se ha un’adeguata fase di eccitazione con conseguente lubrificazione vaginale, se è presente dolore sessuale o secchezza che possano danneggiare o compromettere la penetrazione.
In sede di consulenza di coppia si dovrà analizzare il desiderio della donna di far parte del percorso di cura, di collaborare e di mettersi in discussione; se invece sono presenti dei sabotaggi silenti al legame e alla terapia, che nuocciono alla risposta erettiva del paziente. Se sono ulteriormente presenti conflitti di coppia latenti, disturbi nella comunicazione o problematiche fisiche o psichiche.
La sfera della sessualità è talmente complessa e delicata che un suo malanno, anche se transitorio, può compromettere il suo avvenire. Trattarla con professionalità, con scrupolosità diagnostica e terapeutica, diventa la strada che noi clinici dobbiamo percorrere al fine di restituire serenità e gioia ai nostri pazienti.

Bibliografia

Cavallini G., Maretti C. Unreliability of the Duplex Scan in diagnosing Corporeal Venous Occlusive Disease (CVOD) in young healthy males with Erectile Deficiency (ED). Urology.