Il coronavirus è entrato nelle nostre vite passando dalla finestra, non dalla porta d’ingresso. Avveniva in Cina, un paese molto distante da noi. Qualche caso isolato, poi più d’uno. I contagiati, i sintomatici, i non sintomatici, la confusione, le notizie contraddittorie, la reclusione, i morti. La paura iniziava a diventare anche nostra.
E poi Codogno, Milano, la fuga dal nord, le zone rosse, tutta l’Italia un’unica zona rossa. Il bollettino quotidiano degli infetti, degli intubati, dei morti. I pazienti più a rischio sono gli anziani o chi ha una comorbidità con altre patologie, non i giovani. Seguono le notizie di giovani ammalati e anche intubati.
Il decreto, quello che si può fare e non si può fare. L’autocertificazione. La reclusione. I supermercati e le farmacie presi d’assalto. La paura. Il panico. Tutto diventa angoscia.

Dalla paura all’angoscia

Cerchiamo di fare un pò di chiarezza. La prima reazione dell’uomo e dell’animale di fronte a un pericolo è quella di scappare. Si scappa da un dolore, da un amore sbagliato, da un ladro o da un pericolo. Ci si allontana il più in fretta possibile dalla minaccia incombente che può scagliarsi su di noi da lì a breve. La fuga salva la vita.
La paura è la risposta emotiva che segnala il pericolo e che attiva un cambiamento di direzione: amorosa o di vita. La paura è un importantissimo indicatore del pericolo, ci orienta e ci mette in salvo. Gli adolescenti, che per definizione non sanno cosa sia la paura, tendono a spostare i limiti; sono coloro che si ammalano di meno e muoiono di più. Perché non ascoltano le loro paure, le mistificano, le spostano, le ignorano nel tentativo vano di sentirsi onnipotenti. Al tempo del coronavirus e dei nuovi decreti, li vedi serenamente al mare, in vacanza dalla scuola, nelle piazze, a correre l’uno accanto all’altro, noncuranti delle conseguenze dei loro gesti azzardati.

Dalla paura all’angoscia del contagio

Nel caso dell’epidemia da coronavirus la minaccia non è localizzabile, non è identificabile in un oggetto o stimolo doloroso, quindi, sfugge a ogni tentativo di razionalizzare la paura. La sua presenza è invisibile e non è più geolocalizzabile.
Stiamo assistendo alla trasformazione della paura in angoscia.
Il pericolo viene avvertito ovunque, e in chiunque, proprio perché non è più localizzabile o identificabile in qualcosa o in qualcuno.
La paura non svolge più la sua funzione: non ci protegge più e non è più in grado di metterci in salvo. Sprofondiamo lentamente nell’angoscia.
L’angoscia del contagio si impossessa di ogni nostro pensiero e di ogni nostra emozione e azione. Vediamo la possibilità di contagio ovunque: nella pelle delle mani, nella bocca, nelle maniglie delle porte o delle auto, nei vestiti, nei soldi che tocchiamo, sui mezzi pubblici, nelle famose goccioline che oltrepassano il metro e ci raggiungono minacciose. Nell’altro e ovunque.
Aumenta l’angoscia, aumenta il panico e i pensieri irrazionali e disfunzionali, in funzione della propria struttura di personalità, e di conseguenza i gesti bizzarri e sconsiderati.
Chi sfida la sorte sperando in un’immunità di gregge, o di massa, e chi si rinchiude in casa a tempo indeterminato svuotando i supermercati come se non ci fosse un domani.

Covid 19 coronavirus

Struttura di personalità e spiegazione dei comportamenti

Ognuno di noi nasce con una struttura di personalità in dote. Solitamente nessuno ne è a conoscenza sino a quando non crea problemi, a sé stesso o al partner. La struttura di personalità continua a regolamentare la vita e a lavorare indisturbata e in sordina a meno che non si decida di lavorarci su in terapia.
Di struttura di personalità e del modo unico che ognuno di noi ha di affrontare la vita e l’amore, ne ho parlato a lungo quando ho trattato le tematiche amorose, senza mai tralasciare i meccanismi di difesa della psiche che ci orientano, o meno, nelle scelte amorose e nelle derive traumatiche.
Ognuno di noi, proprio in funzione della struttura di personalità e dei meccanismi di difesa della psiche, reagisce come crede o come può, all’emergenza coronavirus, agli abbandoni, alle urgenze. Al mondo e a sé stesso.

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I narcisisti, per esempio, di cui ho ampiamente parlato nel mio ultimo libro, tronfi, boriosi e immortali, pensano che il coronavirus sia un’influenza, forse un pò più grave di quella stagionale, ma niente di più. E che a lui nulla più succedere. Il narcisita attua lo stesso modus operandi che mette in scena in amore. La donna presumibilmente amata viene scelta, manipolata, conquistata, tradita e poi ripresa; come se nulla fosse. Il partner narcisita solitamente la fa franca, perché il partner scelto soffre di fame d’amore e di dipendenza affettiva.
Lo stesso approccio arrogante e presuntuoso lo ha verso il virus. Il rischio più grande nel quale corriamo è che, chi ha una struttura di personalità di tipo narcisistico, non rimanga in casa, non rispetti le regole, ma vada in giro travestito da untore.

Chi soffre di depressione reagisce come può a ogni avversità, e a ogni relazione. Porta in dote la sua angoscia e la sua più cupa depressione dentro il legame, spesso contagiandolo, perché non è consapevole del suo male di vivere. Quando si trovano a dover investire nel legame non possono farlo, perché le loro energie residue servono per poter andare avanti. Dopo una crisi o un abbandono, anche in questo caso non hanno risorse alcune, così si trascinano dentro la crisi per un tempo più lungo del previsto.
I pazienti depressi leggono il coronavirus come un castigo divino, inevitabile, ineluttabile. Una sorta di congiura di tipo punitivo. Nel loro immaginario non c’è più niente da fare, così rimangono immobili, chiusi nella loro angoscia, senza risorse e senza speranza.

Chi soffre di ansia o di ossessioni è abituato al controllo. Controllano le emozioni, la sessualità, le funzioni spontanee come l’alvo o la minzione, il peso e l’ago della bilancia, il cibo da ingerire o da evitare, il battito cardiaco. Il paziente ansioso utilizza il web come una sorta di sibilla: scrive i sintomi e cerca diagnosi nefaste e soluzioni a portata di tastiera. L’ansioso in amore vive malissimo, sempre imbrigliato nei suoi rituali quotidiani e nelle sue trappole da pensiero disfunzionale.
Convive da sempre con rituali magici, propiziatori, ansiolitici: le mani vengono lavate ossessivamente dopo ogni incontro, contatto, maniglia, possibilità di contagio.
Farà incetta di mascherine, amuchina, spesa in abbondanza, in attesa che la situazione degeneri irreversibilmente. Effettuerà un faticoso ma automatizzato controllo crociato di ogni azione ed emozione: sue e degli altri.
Quindi chi soffre di ansia, non viveva prima e non vive adesso.

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Chi soffre di nevrosi ipocondriaca, invece, vede nell’epidemia la concretizzazione e la realizzazione dei suoi malanni. Vive con un eccesso di ansia, apprensione e preoccupazione per il corpo e tutte le forme patologiche che possono interessarlo. L’ipocondriaco è in allarme sempre, non soltanto per il coronavirus. In amore non si concede perché è sempre troppo occupato di controllare il suo corpo, anche quando il controllo andrebbe perso (nella sessualità). Verifica la risposta sessuale, la fa a fette, si auto prescrive i dosaggi ormonali di testosterone e prolattina per monitorare il desiderio sessuale, e quando i risultati sono nel range di normalità, non si fida e li rifa altrove.Trascorre le sue giornate in osservazione di sé stesso, mosso da una tendenza ad amplificare il minimo sintomo, anche se insignificante.
Quindi, durante queste giornate da allarme coronavirus, lo troveremo in pronto soccorso anche senza febbre, mentre esigerà un tampone.

Chi ha un disturbo paranoide di personalità, solitamente, non ama e quando lo fa ama male e rende infelice il partner scelto.
Questo suo vissuto, in relazione al virus, lo obbligherà a leggere il virus come la conseguenza di un’organizzazione silente, immesso nel mercato per sterminarci. Dagli americani, dai nemici, dagli odiatori del web, dagli stessi cinesi. Come se fosse già tutto previsto, tutto programmato, insomma, un complotto. Secondo il suo sguardo sul mondo siamo tutti vittime di oscure macchinazioni. L’astio verso il mondo potrebbe portarlo a un isolamento o ad atteggiamenti rabbiosi e pericolosi.

Chi ha un disturbo istrionico di personalità ha difficoltà ad amare davvero perché dovrebbe spostare lo sguardo dal soggetto del desiderio, sé stesso, all’oggetto: il partner. Processo tanto faticoso quanto acrobatico. Lui o lei rimane al centro dell’universo, quindi tende a trovare partner complici e colludenti, che si sottomettono e che si trasformino in un pubblico adorante e silente.
Chi ha un disturbo istrionico di personalità adotta un comportamento caratterizzato da un’intensa emotività, esternata e comunicata al mondo con modalità teatrali e manipolative.
Tenta, come faceva prima del virus e oggi ancor di più, di ottenere attenzione dagli altri tramite comportamenti seduttivi e istrionici. In questi casi, potrebbe occupare le sale d’attesa dei medici di famiglia, chiamare l’ambulanza, il 118, far correre al suo capezzale amici e parenti e, ovviamente, il partner. Utilizzerà i vantaggi secondari dei sintomi, così anche uno starnuto diventerà il colera e le attenzioni per lui saranno sempre sin troppo poche, ma assolutamente assicurate.

Chi ha un disturbo evitante di personalità adotta un comportamento caratterizzato dal fastidio cornico nei confronti degli altri esserci viventi: sta bene da solo, rinchiuso nella sua bolla prossemica, senza porte né finestre percettive. Una nomade, così come le descriveva Leibniz. Vive sentimenti di inadeguatezza e grande ipersensibilità al giudizio negativo. In amore è un partner diffidente ed evitante: non si fida e non si affida. Per lui, l’amore è una roulette russa, decisamente sin troppo pericolosa, molto meglio evitare.
Il coronavirus, in un certo senso, gli fa un favore perché legittimizza le sue paure e fragilità. Può rimanere in casa senza esseri umani senza dover dare spiegazioni credibili del suo comportamento evitante.

Chi soffre di un disturbo bipolare di personalità, conosciuto come malattia maniaco depressiva o come psicosi maniaco depressiva, vive su una giostra nevrotica, senza poter scendere in alcun modo. In balia di una costante oscillazione del tono dell’umore. Il partner del paziente bipolare sarà una vittima, sedotta dalla sua genialità e creatività, ma maltrattata dalla sua fase depressiva.
Sono amori sperequati, asimmetrici e logoranti, non sempre reggono nel tempo senza lasciare inevitabili conseguenze psico-fisiche da usura emotiva, economica e fisica del partner.
Così, il paziente bipolare, avrà una paura terrificante di morire per il virus o negherà a sé stesso e al mondo la sua esistenza, sfidando la sorte.

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Chi ha un disturbo borderline di personalità viene rapito, improvvisamente, da repentini cambiamenti di umore, da marcata instabilità dei comportamenti e delle relazioni con gli altri. Vive all’insegna della marcata impulsività, in preda all’incoerenza certa di organizzare in modo falsamente coerente i propri pensieri. L’amore è un potente detonatore dell’inconscio, quindi, chi soffre di un disturbo bipolare di personalità, da innamorato, diventa vulnerabile e pericolosamente fragile. Le sue reazioni al coronavirus e al nuovo decreto saranno bizzarre e senza controllo. Quindi, li troveremo in piazza o al bar, così come rinchiuso in casa ligio alle regole sociali. Assolutamente imprevedibile.

L’uomo, la paura e i meccanismi di difesa

Abbiamo visto come la paura ci salva la vita, inoltre attiva un meccanismo di difesa da tutto ciò che viene considerato come pericoloso, facilitando la coesione tra simili.
Avere coscienza del nemico, dell’estraneo, dello straniero, di quello che si vuole insinuare nelle nostre vite consente di rinforzare paranoicamente la nostra identità.
La xenofobia è un sentimento molto frequente, e molto potente, che parte dall’infanzia.
Ed è la paura dello straniero.
Prende di mira chi appartiene a un’altra società, ceto o cultura, spesso, lo straniero: colui che per il suo aspetto fisico, la sua religione, colore di pelle o diversità, non appartiene all’identità culturale del nostro territorio, quindi, ci minaccia. Questa diversità suscita un buana dose di paura perché rappresenta una minaccia alla comunità con le sue regole verbalizzate e silenti, e attiva meccanismi di difesa individuali e di massa.
Nel caso di questa epidemia da coronavirus, l’identificazione del nemico non è possibile, perché non ha un’identità e nemmeno una sede da isolare con un muro o con un altro presidio. La presenza dello straniero, xeno, non abita al di là del muro ma serpeggia tra noi, per impossessarsi dei nei nostri corpi, del nostro respiro. La difesa paranoica di fronte alla minaccia dell’estraneo non sta funzionando, ha dato via a una frantumazione della coesione dei comportamenti, chi scappa, chi resta, chi sfida la sorte, chi svaligia il supermercato e a fenomeni di panico perché ci sentiamo tutti esposti alla malattia e alla possibile morte.
Quando non funzionano più i meccanismi di difesa della psiche, le angosce dilagano e prendono il sopravvento su tutto. Anche sui dati oggettivi della scienza e sulla realtà dei fatti.
Il lavoro degli psicologi, più che mai in questo momento storico, diventa assolutamente indispensabile, per la tutela della salute psichica e fisica di ognuno di noi e del pianeta.

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